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“Più di attaccano, più ci insultano, più ci minacciano, meno ci spaventano”, dice Salvini e come all’improvviso Di Maio, telepaticamente lo imita.  Ma come avranno fatto? Un “siparietto” realizzato nel corso di una puntata del programma di Myrta Merlino, “l’Aria che tira (diario)” e tratto da facebook, dal quale noi di BloggandoSicilia, per i nostri lettori, abbiamo tratto uno spezzone davvero esilarante.

Quasi sicuramente Di Maio e Salvini si saranno fatti “impiantare” un chip sottopelle per comunicare direttamente tra di loro. In confronto la Spectre o la potente Bilderberg sono dei dilettanti allo sbaraglio (potete vedere qui sotto il VIDEO).

I fedelissimi parlano di un Berlusconi in profonda collera, intenzionato a “scatenare l’inferno”, come nel film “Il Gladiatore”, dove il generale romano, Massimo Decimo Meridio, interpretato dall’attore Russel Crowe, ordina l’attacco ai suoi soldati contro il nemico, con la frase epica: “Al mio segnale scatenate l’inferno”. 

La guerra tutta interna al centrodestra per la leadership della coalizione non è mai finita. E il lasciapassare dato a Matteo Salvini, all’indomani del risultato elettorale del 4 marzo, come da accordi pre-elezioni, per la guida della coalizione, era soltanto un atto dovuto.

Silvio immaginava, anche se ad oggi, al difficile puzzle del governo manca solo il nome che, l’operazione “contrattuale” tra Salvini-Di Maio, alla fine sarebbe naufragata. Lo ha detto sempre ai suoi nelle ultime settimane: “Vedrete che poi non se ne farà nulla e Salvini sarà costretto a venire a miti consigli per evitare il logoramento politico”. E la frase pronunciata proprio ieri: “sono pronto a fare il premier, credo che non c’è nessun candidato paragonabile a me”,  va letta sicuramente in due modi: il primo prettamente politico. Far capire e, soprattutto, dare un segnale all’esterno, in particolare agli elettori di centrodestra, che lui è ancora in partita, rispetto a quanti lo danno per spacciato e senza possibilità di “governare” questa fase di immobilismo e di incertezza. Il secondo, invece, un vero atto di ostilità, ma non dichiarato esplicitamente, con quell’ordine da “gladiatore” romanonei confronti del segretario della Lega. E continuando con questa strategia Berlusconi, durante un comizio, marca stretto il suo “alleato”: “Non ha mai parlato a nome della coalizione ha sempre soltanto parlato a nome proprio e della Lega. La coalizione con un programma comune è altra cosa e non ha nulla a che vedere con i Cinquestelle”.

A queste parole si sono, anche, aggiunti gli attacchi dei deputati vicini a Berlusconi mandati in avanscoperta: “Matteo Salvini si è posto fuori dal centrodestra”. Una “gragnola” di colpi verbali pesanti come chicchi di grandine che lo stesso leader leghista ha incassato, come un pugile all’ultimo round.

Ma al di là di tutti questi tatticismi lessicali, la vera preoccupazione dell’ex Cavaliere è che Salvini sia intenzionato a “saldare” definitivamente, con la fiamma ossidrica, questo patto contrattuale con Di Maio. E se pensiamo che tra i tanti punti del contratto di governo, c’è anche quello sul conflitto d’interessi, (tanto per capirci quello che riguarderebbe le sue aziende) e la riforma sulla giustizia, le notti di Berlusconi diventeranno sempre più insonni.  E magari serviranno a Mr. B. per preparare la battaglia finale e aspettare il momento propizio per risalire a “cavallo”, brandendo la spada del suo potere mediatico e gridando ai suoi: “Al mio segnale scatenate l’inferno”. 

 

E’ un fiume in piena Davide Faraone, leader siciliano del partito democratico e braccio destro di Renzi, in  un video postato sulla sua pagina FB che, ritornando sul tema del contratto di governoattacca Lega e M5S. 

“Noi abbiamo fatto tanto per il mezzogiorno e siamo stanchi di forze politiche che, invece, pensano che al sud ci siano accattoni a cui dare l’elemosina. Non mi stupisce affatto che Salvini abbia dimenticato il capitolo sul mezzogiorno, nel contratto di governo. Mi sarei meravigliato del contrario. Lui che ha cantato l’inno al Vesuvio contro i napoletani. Lui che ha tolto la parola nord al simbolo soltanto per rubare qualche voto al sud, ma del sud non se ne mai occupato e non gli interessa di occuparsene”.

E nei due minuti di video parla anche dei cinquestelle che “hanno dimenticato il capitolo del mezzogiorno proprio al sud dove hanno preso tanti voti e raccolto le speranze di tanti ragazzi e ragazze. Il M5S ha un’idea del sud sbagliata, così come del suo sviluppo. Le politiche che propongono sono in assoluta continuità con il passato: assistenzialismo, assistenzialismo, assistenzialismo“.

E siamo certi che se qualche grillino avesse incrociato Faraone, mentre registrava il video, sicuramente l’intonazione sarebbe stata: onestà, onestà, onestà, anche perchè, dobbiamo ammetterlo, la “campagna elettorale” non è mai finita e chissà se mai finirà.

Un sondaggio della “Index Research”, commissionato per la trasmissione “Piazza Pulita” su La7, condotta da Corrado Formigli, dà un quadro in movimento degli equilibri di forza dei partiti, proprio nei giorni in cui Lega e Cinquestelle stanno portando avanti, con fatica, la cosiddetta trattativa sul contratto di governo.

I dati mostrano un aumento di Forza Italia che passa dal 12,2 per cento dello scorso 2 maggio, al 13,5 di oggi (+1,3%); la Lega passa dal 22,9 per cento al 21,8, con una diminuzione dell‘1,1%; Fratelli d’Italia aumenta lievemente il proprio consenso dello 0,3%. Quindi la cosiddetta “riabilitazione” di Berlusconi, sebbene in misura ridotta, ha sicuramente spinto leggermente FI. E facendo due conti, il centrodestra sarebbe ampiamente sopra la soglia del 40 per cento e quindi coalizione vincente, in caso di ritorno alle urne.

Dal versante centrosinistra il Pd, il partito sconfitto alle ultime elezioni nazionali, aumenta quasi dell’uno per cento, passando dal 18,1 al 19%. Ma il dato che balza agli occhi è il crollo di ben tre punti del movimento cinquestelle che passa dal 33,2% del 3 maggio al 30,1 per cento odierno (-3,1%). Numeri sui quali il “partito” di Grillo dovrà fare un’attenta analisi per capire i motivi di questa improvvisa flessione.

E per ultimo il dato riferito al gradimento dell’elettorato su un possibile governo Lega-M5S che, per il 51,5% è negativo contro il 37,1% favorevole, invece, all’eventuale accordo.

Certo sempre di numeri si tratta, ma senza voler fare voli pindarici, il rischio di logoramento, da parte dei due partiti vincitori il 4 marzo, e cioè Lega e M5S, esiste e per evitarlo Salvini e Di Maio devono accelerare e chiudere subito la partita. Altrimenti questi e altri numeri potrebbero essere il loro incubo nei prossimi mesi.

Immagini, ma senza audio, di un video di quasi 2 minuti diffuso dal M5S e pubblicato dal sito dell‘agenzia Ansa, mostrano il vertice alla Camera tra Salvini e Di Maio. Siamo nella sala Siani di Montecitorio, che ha ospitato i lavori sul programma di questi 7 giorni. Come si vede dalla foto, Di Maio in camicia ma con la cravatta, al suo fianco il capo della comunicazione pentastellata, Rocco Casalino, e il braccio destro del leader, Vincenzo Spadafora. Dall’altro lato, sempre in camicia ma senza cravatta, Salvini e il suo vice Giancarlo Giorgetti, gli occhiali appoggiati tra le copie del contratto (quello datato ’16 marzo ore 19′) sparse sul tavolo.

Dovrebbe essere l’ultimo incontro tra ‘il Signor Luigi Di Maio’ e ‘il Signor Matteo Salvini’, come vengono definiti, nella prima pagina del ‘Contratto per il governo del cambiamento’. E poi, forse, la firma.

Tutto, comunque, sembra ancora in alto mare, anche se fonti dei cinquestelle parlano di “chiusura” degli accordi, mentre la Lega smentisce categoricamente la dichiarazione del M5S. Il testo, formato da 39 pagine, ha ancora dei buchi neri. Sono 10 i punti sui quali non c’è accordo. Tra cui il nome del presidente del Consiglio e della squadra di governo. Quindi per adesso niente firma e, soprattutto, niente governo. E la pazienza di Mattarella è messa a dura prova.

(foto Ansa)

 

 

Non si arresta l’ascesa della Lega che risulta essere l’unico partito post elezioni ad aver incrementato i propri consensi e compensa il calo dei due partiti della coalizione, quello di Berlusconi e della Meloni. Ma il dato rilevante è il superamento della quota del 40 per cento della coalizione di centrodestra che, se si votasse oggi, risulterebbe vincente. Brutte notizie per il centrosinistra che varrebbe invece la metà. E’ quanto emerge dal sondaggio Tecnè, commissionato per la trasmissione televisiva Matrix.

E come si legge dal grafico, oggi il partito di Salvini raccoglierebbe il 22,6 per cento (17,4% il risultato raggiunto alle ultime politiche. Una percentuale che lo farebbe balzare rispetto al partito democratico, che si troverebbe sotto la soglia del 18 per cento. Primo partito rimarrebbe, secondo la rilevazione, il M5S con il 32 per cento. Mentre Forza Italia scenderebbe al 12,9 per cento (alle politiche di marzo aveva ottenuto il 14 per cento).

E poi c’è anche il gradimento dei leader di coalizione con Di Maio “bocciato” con “4-“, anche se tra gli elettori dei cinquestelle viene apprezzato quanto Salvini. Per il leader del centrodestra, invece, un “8-“.

Infine, come si vede nel grafico che segue, viene analizzata l’opinione degli elettori espressa alle ultime politiche. Pochi sembrano aver cambiato idea. Infatti, il 79 per cento degli italiani, cioè 25,8 milioni di aventi diritto, confermerebbero la scelta fatta nell’urna il 4 marzo. Soltanto il 3 per cento avrebbe deciso di cambiare il proprio voto.

Una situazione, dunque, che presa con le dovute cautele (sempre di sondaggio si tratta), sposterebbe, inequivocabilmente, di più l’asse verso destra e non c’è dubbio che alletterebbe qualcuno che forse, per capitalizzare ancora di più il proprio consenso, sarebbe tentato come a monopoli di tornare al “via”, scegliendo magari la “casella” del voto.

E’ un fulmine a ciel sereno, quello caduto oggi nella tanto tormentata “trattativa” per il governo del Paese. Silvio Berlusconi ritorna in pista. Il tribunale di Milano ha cancellato gli effetti della legge Severino, quella sulla incandidabilità, annullando, di fatto, l’efficacia della condanna nell’ambito del processo sui diritti Mediaset nel 2013. Quindi se si dovesse ritornare alle urne Berlusconi potrebbe essere ricandidato alla Camera o al Senato.

Un evento che spariglierebbe la partita già complicata per il parto di un governo a trazione Lega-M5S. A questo punto Mr. B. potrebbe mettere i bastoni tra le ruote del carro giallo-verde, tentando come unwriter” di spruzzare un pò di vernice sul quadro al quale, in questi giorni, si è tentato di dare l’ultimo colpo di pennello.

E la sua frase, “spero non riescano”, poi subito smentita è il piccolo assaggio di ciò che ci aspetta nelle prossime ore. Quindi il match si riapre e Berlusconi inizia a tifare e gufare come direbbe Renzi, affinchè il matrimonio tra Salvini e Di Maio diventi subito divorzio.

“L’alleanza di centrodestra non si rompe. Posso semplicemente ripetere quello che vado dicendo da due mesi, lavorerò fino all’ultimo per dare un governo al Paese che risolva i problemi degli italiani. E siccome sono come San Tommaso finchè non tocco non credo. Io non vendo fumo, quindi lasciatemi lavorare. Datemi 24 ore e vi saprò dire qualcosa. Se non ci dovessero essere novità, l’unica strada è il ritorno al voto”. 

Con queste parole il leader della Lega, Matteo Salvini, ha sintetizzato davanti alle telecamere il suo pensiero, dopo aver avuto un incontro con Luigi Di Maio. Da quanto è emerso, l’accordo per il governo sarebbe già fatto.

 

La paura di possibili elezioni anticipate avrebbe portato Silvio Berlusconi a non osteggiare più un possibile patto di governo tra la Lega e il movimento cinquestelle. Sembra proprio che il vento sia cambiato a poche ore dalla decisione di Mattarella di formare il governo di “tregua”. Anche le parole di Di Maio fanno pensare che il lavoro dei “pontieri” sia stato proficuo, con l’obiettivo di chiudere la partita in tempi brevissimi.

Il designato premier grillino, come all’improvviso, sembra aver cambiato idea su Berlusconi, con un’affermazione che smentisce, di fatto,  quanto dichiarato da sempre: “Lui è il meno responsabile di questo stallo e non c’è alcun veto, la colpa è di altri”. E questi colpevoli avrebbero nomi e cognomi: Salvini, Renzi e Martina.

Tutto questo porterebbe ad un ragionamento semplice. Lo sdoganamento di Mr. B. da parte di Di Maio, consentirebbe un ammorbidimento dello stesso Berlusconi nei confronti dei grillini e, quindi, anche la possibilità di Forza Italia a votare un governo Lega-M5S. Il problema sarà, invece, sui temi che si affronteranno in parlamento ma anche qui l’escamotage è pronto: l’ex Cavaliere su alcuni provvedimenti potrebbe votare favorevolmente e su altri potrebbe astenersi o votare contro, non pregiudicando la tenuta della maggioranza.

A questo punto non resta che aspettare le 17 di oggi e vedere se Mattarella concederà ancora tempo o andrà dritto per lapropria strada, nominando il governo di “tregua”.

 

 

 

 

 

 

 

L’Italia verso un Governo “neutrale”, cioè un esecutivo tecnico per dirla papale papale. Lo ha annunciato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, riservandosi di anticipare i nomi che, però, sono stati svelati dal Corriere della Sera.

“Chi guiderà il «governo di servizio» evocato dal capo dello Stato (con una previsione di 12 ministri oltre il premier)
potrebbe avere infatti le settimane contate se — come d’altronde hanno annunciato molti leader politici — il nuovo
esecutivo non otterrà la fiducia in Parlamento e, dunque, avrà il fiato corto che si potrebbe esaurire del tutto già a luglio con le elezioni super anticipate. «Non è facile individuare i profili giusti anche perché si chiede di lasciare professioni e incarichi per un periodo indeterminato di tempo», è la frase che si è sentita ripetere per tutta la giornata delle consultazioni anche da fonti del Quirinale. Poi sono arrivati altri paletti piantati da Mattarella: «Ai componenti del governo di garanzia chiederò l’impegno di non candidarsi alle elezioni».

Aggiunge Dino Martirano che “Inoltre premier e ministri dell’«esecutivo di servizio» dovrebbero «dimettersi con immediatezza per lasciare campo libero a un governo politico laddove si formasse una maggioranza parlamentare». Così sulla scrivania del presidente sono passati in questi giorni molti curriculum: pochi burocrati di Stato, parecchi
profili di donne impegnate in vari settori, professionisti del mondo delle imprese e delle startup e anche nomi imprevedibili per un accademico di lungo corso come Mattarella.Tra i nomi che ritornano in questa caccia al civil servant c’è quello di Elisabetta Belloni, segretario generale della Farnesina con una lunghissima esperienza alle spalle, che non dovrebbe essere sgradita al mondo dei 5 Stelle anche se agli Esteri ha saputo resistere con nervi saldi pure dopo le molte nomine decise da Matteo Renzi e da Angelino Alfano: il nome della Belloni, dunque, potrebbe essere giocato dal Quirinale non solo per la casella degli Esteri ma anche per quella di Palazzo Chigi”.

” Altro profilo ricorrente  svela il CorSera – per la casella del premier è quello dell’economista Carlo Cottarelli, che dirige l’Osservatorio sui conti pubblici e che nel 2013 approdò in area di governo con Enrico Letta, come commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, per poi mollare quando arrivò Renzi. La giudice costituzionale
Marta Cartabia, nominata da Giorgio Napolitano nel 2011 e attuale numero due della Corte con la prospettiva di arrivare ai vertici della Consulta, è molto apprezzata dal presidente Mattarella che l’avrebbe incontrata anche di recente. Il suo mandato di nove anni scade nel 2020″.

“Nella rosa del totonomi per il governo del presidente rimane stabile quello del giudice Alessandro Pajno (presidente
in carica del Consiglio di Stato e vecchio conoscente di Sergio Mattarella) mentre guadagna posizioni l’economista
Lucrezia Reichlin, docente alla London Business School. E tra i profili delle personalità del mondo economico all’esame del Quirinale emerge anche quello dell’ex rettore dell’Università Bocconi Guido Tabellini. Ma l’elenco con i nomi dei possibili premier e dei possibili ministri si arricchisce anche di new entry. Il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi (classe 1949) conosce alla perfezione il mondo delle banche tanto da poter sostituire il governatore
dell’Istituto di via Nazionale in caso di assenza o di impedimento. Dario Scannapieco, uno dei «Ciampi boys» oggi vicepresidente della Banca europea degli investimenti (Bei), arricchisce poi la lista del Quirinale per un governo che, ha ricordato Mattarella, «abbia titolo pieno per rappresentare l’Italia nelle imminenti e importanti scadenze nella Unione Europea». Entro due giorni il presidente Mattarella scoprirà le sue carte, che potrebbero comunque riservare sorprese”.