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La cooperazione siciliana non getta i numeri a caso: con 100 mila soci e un valore complessivo di oltre 5 miliardi di euro, non è solo una forza sociale ma economica e politica. E come tale si pone come interlocutore accreditato, che pretende l’attenzione concreta delle istituzioni. Oggi è stata una giornata importante per la cooperazione siciliana: l’NH Hotel di Palermo ha visto svolgersi gli Stati Generali della Cooperazione siciliana durante i quali è stata presentata una piattaforma in otto punti redatta da Confcooperative, Legacoop, UNCI e Unicoop, quattro “centrali” cooperative che per la prima volta in quarant’anni si sono mosse con un solo cuore. La piattaforma programmatica è nata dall’ascolto delle diverse voci, esperienze e personalità, è nata dai tantissimi giovani soci presenti, ma è soprattutto un documento che punta ad aprire un confronto strutturato con il Governo e l’Assemblea regionale sul futuro economico della Sicilia, su temi importanti come cooperazione sociale, agricoltura, pesca, credito, servizi, cultura, turismo, logistica, innovazione, welfare territoriale.

IL VIDEO DEGLI STATI GENERALI DELLA COOPERAZIONE

 

“Quello di oggi è un inizio, un’occasione il cui valore di base è stato l’essere uniti – spiega Gaetano Mancini di Confcooperative -. La presenza imponente delle istituzioni evidenzia che abbiamo saputo portare all’attenzione del Governo e dell’Assemblea regionale i temi cooperativi. Abbiamo avanzato proposte concrete e lavoreremo per portarle a compimento nell’ interesse delle cooperative siciliane” mentre Filippo Parrino per Legacoop Sicilia sottolinea che “centomila soci sono una realtà importante: oggi presentiamo una piattaforma economica che racconta la cooperazione siciliana. Non serve assistenzialismo ma creare mezzi e opportunità necessarie”. Felice Coppolino per Unicoop Sicilia spiega che “La cooperazione può diventare volano di rinascita e di investimenti per la nostra terra. Un obiettivo che possiamo raggiungere con l’istituzione di un tavolo permanente tra il mondo della cooperazione e il governo regionale”, mentre Andrea Amico di Unci Sicilia, aggiunge che “La cooperazione siciliana può svolgere una funzione decisiva non soltanto come componente del sistema economico regionale, ma come infrastruttura organizzativa capace di connettere sviluppo, coesione sociale e presidio dei territori”. L’incontro è stato moderato da Elvira Terranova (ADNkronos).

L’obiettivo dichiarato è passare “da un welfare di prestazione a un welfare di comunità”. La piattaforma individua otto grandi assi strategici sui quali costruire il confronto con la Regione. Al centro ci sono credito e finanza, con la richiesta di strumenti dedicati e di una piena operatività del credito agevolato alla cooperazione; energia e transizione ecologica, con lo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili e dei distretti cooperativi energia-produzione; rafforzamento delle filiere agroalimentari, ittiche, culturali e turistiche attraverso reti integrate e nuove strategie di export verso il Mediterraneo; attenzione al welfare territoriale e alla cooperazione sociale, che rappresenta uno dei pilastri del sistema regionale, e che attende risposte immediate.

Le richieste del mondo cooperativo riguardano il riordino normativo, la creazione di strumenti ad hoc, l’adeguamento delle tariffe ai costi reali dei servizi, il rispetto dei tempi di pagamento, l’attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali e il rafforzamento dell’amministrazione condivisa tra enti pubblici e cooperative. Si è parlato di sostegno alle cooperative di comunità nelle aree interne colpite dallo spopolamento e di emergenza abitativa (interessanti i nuovi progetti dell’assessorato regionale alle Attività produttive riportati dall’assessore Edy Tamajo e quelli dell’Assessorato alle Infrastrutture presentati dall’assessore Alessandro Aricò); di trasformazione digitale e recupero produttivo dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Gli Stati Generali hanno anche chiesto l’istituzione di un tavolo permanente Regione-Cooperazione, strumenti di co-programmazione, un Action-plan dell’economia sociale e un accordo stabile che coinvolga enti locali, università e sistema finanziario.

 

 

 

 

Non solo un settore produttivo, ma una vera infrastruttura economica e sociale che tiene insieme territori, servizi, lavoro e comunità. La cooperazione richiede l’attenzione delle istituzioni regionali ponendosi al centro della scena politica ed economica dell’Isola attraverso gli STATI GENERALI DELLA COOPERAZIONE che si terranno, mercoledì 27 maggio, all’hotel NH – Foro Italico di Palermo con inizio alle 10. Una grande manifestazione che porterà nel capoluogo i rappresentanti delle imprese cooperative siciliane aderenti a Confcooperative, Legacoop, UNCI e Unicoop. Un lavoro trasversale e continuo sul territorio che ha permesso alle quattro “centrali” di organizzare un evento unico in cui sarà presentata una piattaforma programmatica, un documento che punta ad aprire un confronto strutturato con il Governo e l’Assemblea regionale sul futuro economico della Sicilia. Dinanzi al quale il mondo cooperativo si presenta con un’unica voce.

Perché mentre l’Isola continua a perdere cervelli, imprese e competitività, esiste un sistema produttivo che continua a generare occupazione, welfare, filiere agricole, servizi, innovazione e presidio sociale nei territori più fragili. Ma che oggi denuncia il rischio concreto di un progressivo ridimensionamento, che richiede – spiegano i quattro presidenti Gaetano Mancini per Confcooperative Sicilia, Filippo Parrino per Legacoop Sicilia, Felice Coppolino per Unicoop Sicilia e Andrea Amico per Unci Sicilia – una strategia regionale chiara sui temi della cooperazione e dell’economia sociale.

I numeri raccontano, infatti, una realtà molto più ampia di quanto spesso venga percepito. Ognuna delle Centrali ha messo i suoi numeri sul tavolo, e sono impressionanti: in Sicilia operano oltre 11.800 cooperative (prima realtà regionale italiana) che producono un valore complessivo della produzione che sfiora i 5 miliardi di euro. Di questi, 1,8 miliardi sono riconducibili alle cooperative dei produttori del settore primario, che guidano la classifica per fatturato aggregato. E se si considera il settore finanziario cooperativo – banche di credito cooperativo, popolari cooperative e cooperative di garanzia fidi – l’attivo aggregato raggiunge quasi i 17 miliardi di euro, corrispondenti a oltre 3.500 euro di capitale investito per residente.

Questa grande realtà economica e sociale coinvolge oltre 100.000 mila soci e garantisce occupazione ad oltre 55.000 lavoratori molti dei quali soci. Un sistema che attraversa comparti decisivi: cooperazione sociale, agricoltura, pesca, credito, servizi, cultura, turismo, logistica, innovazione, welfare territoriale.

La premessa è chiara: il contesto internazionale è mutato profondamente negli ultimi mesi. Crisi energetica e tensioni geopolitiche si sono sommate a trasformazione digitale, cambiamenti climatici e ridefinizione delle catene produttive: questi cambiamenti impongono nuove politiche di sviluppo. E in questo scenario la cooperazione – si legge nel documento – “non può essere considerata esclusivamente un settore produttivo, ma deve essere riconosciuta come una infrastruttura economica e sociale strategica per la Sicilia che merita attenzione per le sue caratteristiche di risposta ai bisogni”.

La piattaforma individua otto grandi assi strategici sui quali costruire il confronto con la Regione. Al centro ci sono credito e finanza, con la richiesta di strumenti dedicati e di una piena operatività del credito agevolato alla cooperazione; energia e transizione ecologica, con lo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili e dei distretti cooperativi energia-produzione; rafforzamento delle filiere agroalimentari, ittiche, culturali e turistiche attraverso reti integrate e nuove strategie di export verso il Mediterraneo; attenzione al welfare territoriale e alla cooperazione sociale, che rappresenta uno dei pilastri del sistema regionale, e che attende risposte immediate. Le richieste del mondo cooperativo riguardano il riordino normativo, la creazione di strumenti ad hoc, l’adeguamento delle tariffe ai costi reali dei servizi, il rispetto dei tempi di pagamento, l’attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali e il rafforzamento dell’amministrazione condivisa tra enti pubblici e cooperative. L’obiettivo dichiarato è passare “da un welfare di prestazione a un welfare di comunità”.

Si discuterà di emergenza abitativa, rigenerazione urbana, sostegno alle cooperative di comunità nelle aree interne colpite dallo spopolamento; trasformazione digitale e recupero produttivo dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Una visione che punta a collocare la Sicilia dentro il nuovo scenario euromediterraneo attraverso un modello di sviluppo fondato su sostenibilità, inclusione e radicamento territoriale.

Gli Stati Generali del 27 maggio vogliono inoltre superare appartenenze e steccati associativi per costruire una voce comune del sistema cooperativo siciliano. E chiedono alla Regione un cambio di metodo: l’istituzione di un tavolo permanente Regione-Cooperazione, strumenti di co-programmazione, la costruzione di una visione comune e di strumenti ad hoc per l’attuazione dell’Action-plan dell’economia sociale e un accordo stabile che coinvolga enti locali, università e sistema finanziario.

Perché, sostengono Confcooperative, Legacoop, UNCI e Unicoop, “la cooperazione oggi non rappresenta una parte marginale dell’economia siciliana ma uno degli ultimi grandi sistemi capaci di redistribuire ricchezza, garantire servizi e mantenere vive intere comunità”. E indebolirla significherebbe impoverire ulteriormente un’Isola già attraversata da profonde fragilità economiche, sociali e demografiche.

 

Si comincia a far sentire l’effetto post referendum per il partito di Giorgia Meloni che perde quasi un punto percentuale rispetto a prima. Si rafforzano, invece, Pd e M5S con il “campo largo” sempre avanti. E’ quanto emerge dall’ultime rivelazione di Supermedia Agi/Youtrend.

Il dato più evidente è il calo netto di Fratelli d’Italia, che perde quasi un punto rispetto alle rilevazioni precedenti al voto. Si tratta di una flessione rilevante, soprattutto considerando la stabilità mostrata dal partito negli ultimi mesi.
Il risultato sembra suggerire un impatto diretto del referendum sul consenso della principale forza di governo.

Al contrario, gli alleati di coalizione non sembrano risentire della stessa dinamica. Lega e Forza Italia, infatti, mostrano segnali di tenuta e persino di lieve crescita. Questo elemento è particolarmente interessante perché indica una redistribuzione interna al centrodestra. Non si tratta quindi di una crisi complessiva della coalizione, ma di un riequilibrio tra i suoi componenti. Sul fronte opposto, i principali partiti di opposizione registrano un rafforzamento.
Il Partito Democratico consolida la propria posizione, beneficiando probabilmente del clima post-referendario. Anche il Movimento 5 Stelle appare in crescita, confermando una fase positiva. Entrambi sembrano intercettare parte del consenso in uscita da Fratelli d’Italia.

La conseguenza più rilevante riguarda però il quadro delle coalizioni. La somma del cosiddetto “campo largo” torna, infatti, davanti al centrodestra. Il vantaggio è minimo, inferiore al mezzo punto, ma comunque simbolicamente importante. Si tratta di un’inversione rispetto a una tendenza che aveva visto il centrodestra stabilmente in testa.

Questo dato suggerisce un equilibrio politico sempre più competitivo. Nessuna delle due aree appare in grado di prevalere nettamente sull’altra. Il risultato del referendum sembra aver riaperto la partita.

Un altro aspetto interessante riguarda l’evoluzione dell’opinione pubblica. I sondaggi iniziano infatti a misurare le percezioni degli italiani sulle conseguenze del voto. Emergono valutazioni che coinvolgono sia il governo sia le opposizioni. Per l’esecutivo, il referendum rappresenta un banco di prova importante. Il calo di consenso di Fratelli d’Italia potrebbe riflettere un giudizio critico su questa fase. Allo stesso tempo, la tenuta degli alleati attenua l’impatto complessivo. Per le opposizioni, invece, si apre una finestra di opportunità. Il rafforzamento nei sondaggi indica una maggiore capacità di mobilitazione. Resta però da capire se questo vantaggio sarà consolidato nel medio periodo.

In conclusione, la Supermedia evidenzia un sistema politico in movimento. Il referendum ha prodotto effetti tangibili sugli equilibri tra i partiti. Le prossime rilevazioni saranno decisive per capire se si tratta di un cambiamento strutturale o temporaneo.

Queste le percentuali dei partiti

FDI 27,9 (-0,9)
PD 22,0 (+0,4)
M5S 12,9 (+0,5)
Forza Italia 9,0 (+0,3)
Lega 6,9 (+0,4)
Verdi/Sinistra 6,4 (-0,3)
Futuro Nazionale 3,3 (+0,1)
Azione 3,1 (-0,2)
Italia Viva 2,3 (+0,1)
+Europa 1,5 (-0,1)
Noi Moderati 1,0 (-0,1)*

Supermedia coalizioni 2022

Supermedia coalizioni 2026

(fonte Agi – foto: Avvenire)

Una situazione davvero drammatica sul versante finanziario e, a pagare il prezzo più alto della guerra in Iran, sarebbe proprio l’Italia, indicata come l’economia più vulnerabile nello scenario europeo. Le previsioni per il 2026 parlano di un Pil in crescita dello 0,4%, esattamente la metà rispetto allo 0,8% stimato in precedenza. Un rallentamento significativo che riflette la forte dipendenza energetica del Paese e la sua esposizione agli aumenti dei prezzi delle materie prime.

La crisi innescata dalla guerra in medioriente, rischia di avere effetti profondi e duraturi sull’economia globale, con l’Europa in prima linea tra le aree più esposte agli shock energetici e geopolitici. Secondo le nuove stime diffuse da Standard & Poor’s nel suo Global Economic Outlook, il quadro macroeconomico del continente appare in netto peggioramento, con una crescita rivista al ribasso in quasi tutti i principali Paesi. Il rallentamento non riguarda però solo l’Italia. Anche il Regno Unito registra una revisione al ribasso di quattro decimali, con la crescita attesa che scende dall’1,4% all’1%. L’intera area euro mostra segnali di indebolimento, fermandosi a un incremento dell’1% rispetto al precedente 1,2%.

In questo contesto, alcune economie sembrano reggere meglio l’urto. La Germania mantiene una crescita prevista dello 0,8%, sostenuta da politiche di stimolo fiscale, mentre la Francia si conferma relativamente più solida con un aumento del Pil stimato all’1,9%. Tuttavia, si tratta di equilibri fragili, fortemente legati all’evoluzione del conflitto e ai suoi effetti sui mercati energetici. Il nodo centrale resta infatti il prezzo del petrolio e, più in generale, dell’energia. Secondo S&P Global Ratings, i rischi economici globali legati alla guerra in Medio Oriente sono “in rapido aumento”. Una dinamica che potrebbe innescare nuove pressioni inflazionistiche, soprattutto in Europa.

Lo scenario più critico ipotizza che, in caso di shock petrolifero più intenso e prolungato, l’inflazione nell’area euro possa superare il 5% già tra maggio e giugno. Un livello che metterebbe sotto forte stress famiglie e imprese, riducendo il potere d’acquisto e frenando consumi e investimenti.

Le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi: una recessione tecnica a metà anno non è esclusa. Due trimestri consecutivi di crescita negativa rappresenterebbero un duro colpo per un continente già alle prese con una ripresa economica debole e disomogenea. Anche gli Stati Uniti non sono immuni. Il rapporto evidenzia come i rischi per l’economia americana siano orientati “decisamente al ribasso”, segno di un rallentamento globale che potrebbe coinvolgere tutte le principali economie avanzate.

In definitiva, la guerra in Iran si configura non solo come una crisi geopolitica, ma come un potenziale detonatore economico capace di ridefinire gli equilibri globali. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la sfida sarà contenere gli effetti dello shock energetico evitando che si trasformi in una crisi strutturale di lungo periodo.

Un altra grana, dunque, per Giorgia Meloni che, ad un anno dalle politiche, si vede costretta ad affrontare una grave crisi politico-finanziaria, dopo la batosta referendaria, assieme ad una instabilità interna del suo governo. Tutto ciò in un quadro sfilacciato e a soli sei mesi dallo conclusione del Pnrr che, nei fatti, non le permetterebbe l’utilizzo di risorse economiche aggiuntive.

È scontro aperto ai vertici del Movimento 5 Stelle. Beppe Grillo ha deciso di passare alle vie legali per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo del Movimento, aprendo di fatto una nuova fase di tensione con la leadership guidata da Giuseppe Conte.

Secondo quanto riferito da fonti vicine al co-fondatore, l’atto di citazione è stato notificato al Tribunale di Roma, con una prima udienza fissata per il mese di luglio. Al centro della contesa c’è la proprietà del marchio “Movimento 5 stelle”, elemento identitario e politico di primaria importanza per la forza nata nel 2009.

A sostenere pubblicamente la posizione di Grillo è anche Marco Bella, che in un lungo intervento sui social ha attaccato duramente l’attuale dirigenza. Secondo Bella, in “un mondo normale” non sarebbe necessario ricorrere a un’azione legale per ottenere la restituzione di qualcosa che appartiene al fondatore.

L’ex deputato ha ricordato il ruolo centrale di Grillo nella costruzione del Movimento, sottolineando sacrifici personali, investimenti economici e l’esposizione a numerose azioni giudiziarie. Da qui l’accusa implicita a Conte di ingratitudine, nonostante il percorso politico che lo ha portato fino alla guida del governo.

Nel suo intervento, Bella ha inoltre criticato alcune scelte politiche recenti, come l’apertura a possibili alleanze che includano figure come Matteo Renzi, ricordando la crisi che portò alla caduta del governo Conte II. Non mancano riferimenti polemici anche ad altri protagonisti della scena politica, come Matteo Salvini e Umberto Bossi, evocati per sottolineare la gravità dello scontro interno. Tra i punti più contestati, anche la gestione degli iscritti e il rispetto delle regole fondative, come il limite dei due mandati. Bella denuncia un allontanamento dai principi originari e parla di una trasformazione del Movimento in una struttura più orientata al potere che alla coerenza.

La battaglia legale, si preannuncia complessa e potenzialmente lunga. In gioco non c’è solo un simbolo, ma l’identità stessa di una delle forze politiche più rilevanti degli ultimi anni.

Grillo, conclude Bella, sarebbe pronto a esporsi in prima persona ancora una volta, anche sul piano economico, pur di difendere quella che considera una battaglia di dignità. Dall’altra parte, però, la dirigenza attuale non sembra intenzionata a fare passi indietro. Il confronto è ormai aperto e il verdetto finale potrebbe ridefinire gli equilibri interni e il futuro del movimento fondato dal comico di Genova, assieme al suo ideologo, Gianroberto Casaleggio.

“Il conflitto in Medio Oriente rischia di lasciare cicatrici profonde sull’economia globale, anche nel caso di una rapida conclusione”. È il monito lanciato dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, intervenuto all’assemblea dei partecipanti dedicata ai conti 2025.

Secondo Panetta, gli effetti della guerra contro l’Iran non saranno temporanei: il ritorno alla normalità nel mercato energetico richiederà “tempi non brevi”. Un elemento che ha già prodotto un “brusco cambiamento” nelle prospettive economiche, costringendo la Banca centrale europea a rivedere le stime su inflazione e crescita. Anche Bankitalia si prepara ad aggiornare le proprie previsioni nei prossimi giorni, con attese orientate a un rallentamento del Pil.

L’allarme si inserisce in un quadro già segnalato dalla presidente della Bce, Christine Lagarde, che ha recentemente invitato alla prudenza, sottolineando come i mercati appaiano “troppo ottimisti” rispetto alle conseguenze del conflitto. Uno scenario che richiama, per intensità, lo shock del 2022 seguito all’invasione russa dell’Ucraina.

Sul fronte della politica monetaria, tuttavia, l’Europa si presenta oggi più solida. Panetta ha evidenziato alcuni fattori positivi: un mercato del lavoro più robusto, un sistema bancario redditizio e ben patrimonializzato. Resta però centrale l’incognita sugli effetti indiretti della crisi, in particolare sulla dinamica dei salari. Il governatore ha ribadito il rischio di un “circolo vizioso tra prezzi e retribuzioni”, storicamente temuto dalle banche centrali, anche se finora non emerso in Italia dopo la crisi del 2022. In questo contesto, la linea resta prudente: le decisioni sui tassi continueranno a essere prese “riunione per riunione”, sulla base dei dati disponibili.

Intanto, dal fronte interno arriva un segnale positivo. Dopo due anni di perdite, il bilancio della Banca d’Italia torna in utile grazie all’allentamento della politica monetaria, che ha ridotto il costo delle passività. Il risultato lordo passa così da una perdita di 7,3 miliardi nel 2024 a un utile di 3 miliardi.

Di questi, 900 milioni saranno destinati al rafforzamento del fondo rischi e 400 milioni al pagamento delle imposte. L’utile netto, pari a 1,65 miliardi, garantirà allo Stato la quota principale: 1,272 miliardi. Negli ultimi dieci anni, l’istituto centrale ha versato complessivamente all’Erario 41,3 miliardi di euro. Benefici anche per i partecipanti al capitale, tra casse previdenziali, banche e assicurazioni, che riceveranno dividendi per 340 milioni riferiti al 2025, portando il totale distribuito nell’ultimo decennio a 2,9 miliardi. Un risultato che conferma il ritorno alla solidità dell’istituto, ma che si accompagna a uno scenario macroeconomico ancora pieno di incognite.

(foto Fabio Panetta fonte Ansa)

Emerge un quadro fosco, in relazione allo stato di attuazione del PNRR, che il “Servizio Lavoro Coesione e Territorio della UIL” ha messo in evidenza, in seguito ad uno studio specifico. A denunciare lo stato delle cose e a sei mesi dalla conclusione del Piano, rimane, infatti, ancora da spendere il 46% delle risorse. I dati aggiornati al 26 febbraio 2026, parlano di una spesa del PNRR che si attesta a 104,6 miliardi di euro (il 53,8% del totale), su un totale di risorse provenienti dall’Europa pari a 194,4 miliardi di euro.

“I dati rilevano, purtroppo – afferma Ivana Veronese, segretaria Confederale UIL – un andamento ad effetto ‘moviola’, sia della messa a terra dei progetti sia della spesa effettiva. Siamo molto preoccupati dalla performance del piano e anche l’ultimo Decreto (il settimo riferito all’accelerazione della spesa), non risolve i temi di fondo per l’attuazione del PNRR. Anzi abbiamo la netta sensazione che queste misure rischiano di aumentare la burocrazia operativa per enti e imprese, anziché semplificarla concretamente. Non vorremmo – ha aggiunto Veronese – che queste norme fossero arrivate in ritardo, dal momento che siamo ai titoli di coda del PNRR”.

“Analizzando i dati dei progetti finanziati – ha continuato Ivana Veronese – la Missione 1 (Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo), ha effettuato una spesa effettiva del 67,2%; la Missione 2 (Rivoluzione verde e transizione ecologica), il 44,5%; la Missione 3 (Infrastrutture per una mobilità sostenibile) il 65%; la Missione 4 (Istruzione e ricerca), il 56,9%; la Missione 5 (Inclusione e coesione), il 42,9%; la Missione 6 (Salute), il 51,3%; la Missione 7 (RepowerEU), solo il 25,6%”.

“Guardando, dunque, i dati della spesa delle Amministrazioni Centrali – ha concluso la segretaria della Uil – il Consiglio di Stato e il Tar presentano un livello di spesa pari 75%; il Ministero della Giustizia il 72,9%; il Ministero dell’Economia e delle Finanze il 72,8%; il Ministero Imprese e del Made in Italy il 70,9%; il Ministero dell’Università e della Ricerca il 65,9%. Più indietro, il Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare fermo al 17,4%; il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali al 28,1%; il Ministero della Cultura al 29%; la Presidenza del Consiglio al 39,7%; il Ministero del Turismo al 39,8%”.

 

Dopo la “caporetto” del referendum il centrodestra accelera l’iter per una nuova legge elettorale, in considerazione che con l’attuale il campo largo, sondaggi dixit, potrebbe avere la meglio e vincere le nazionali il prossimo anno.

I due testi proposti descrivono il ritorno al centro del dibattito politico italiano della riforma della legge elettorale, con l’avvio in Commissione Affari costituzionali dell’iter del cosiddetto “Stabilicum”, pensato per superare il Rosatellum. La proposta, sostenuta dalla maggioranza di centrodestra, mira a introdurre un sistema proporzionale con premio di maggioranza, con l’obiettivo di garantire governabilità e un vincitore certo il giorno dopo il voto. L’intenzione dichiarata è quella di evitare forzature e aprire un confronto con le opposizioni, mantenendo però fermo l’impianto generale della riforma. Secondo Nazario Pagano, l’attuale legge elettorale rischia di produrre un sostanziale equilibrio tra le coalizioni, generando instabilità politica. Inoltre, sottolinea che il Rosatellum è stato concepito in un contesto diverso e che il taglio dei parlamentari ne ha accentuato i limiti. Da qui la necessità di una nuova legge condivisa, capace di assicurare stabilità e regole chiare per gli elettori. Anche Alessandro Colucci insiste sull’importanza di garantire governabilità a chi vince, evitando maggioranze parlamentari incerte.

Più deciso Riccardo De Corato, che sostiene la prosecuzione dell’iter senza ostacoli e si dichiara favorevole al ritorno delle preferenze. All’interno della maggioranza emerge comunque una certa prudenza, in particolare da parte di Forza Italia, che ritiene possibili alcune correzioni tecniche. Il punto più delicato resta il premio di maggioranza, criticato da diversi costituzionalisti e destinato a essere oggetto di confronto. Anche la Lega appare favorevole al percorso avviato, pur mantenendo un atteggiamento pragmatico e non ostacolando la riforma. Parallelamente, il contesto politico è segnato da tensioni interne alla maggioranza e da voci di rimpasto o elezioni anticipate. Tali ipotesi vengono però respinte con decisione dai principali esponenti di governo. Antonio Tajani esclude il ritorno alle urne, indicando come priorità la crescita economica. Sulla stessa linea Matteo Salvini, che assicura la tenuta del governo fino a fine legislatura. Anche Guido Crosetto lega eventuali scenari elettorali al contesto internazionale, escludendo cambiamenti imminenti.

Francesco Lollobrigida sottolinea, inoltre, che non vi è una forte richiesta di elezioni anticipate nemmeno tra le opposizioni. Nel frattempo, Fratelli d’Italia rivendica la stabilità del consenso e la solidità dell’azione di governo. Il partito sostiene che la sconfitta referendaria non abbia inciso sugli equilibri della maggioranza. Nel complesso, emerge una linea condivisa nel centrodestra: riformare la legge elettorale per garantire stabilità e chiarezza politica. Allo stesso tempo, si cerca di mantenere un dialogo con le opposizioni per evitare uno scontro frontale. La riforma appare quindi come una priorità strategica per rafforzare il sistema politico. Tuttavia, restano aperti nodi tecnici e politici che richiederanno ulteriori mediazioni.

Una situazione, dunque, che ruota attorno all’equilibrio tra rappresentanza e governabilità, con la volontà di superare le criticità dell’attuale sistema. Ovviamente l’urgenza è quella di mettere in soffitta la sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia e riscrivere le regole del gioco nel caso in cui le prossime elezioni politiche consegnassero un sostanziale pareggio tra centrodestra e campo largo. Una linea Maginot, tracciata da Giorgia Meloni, che pare essersi dimenticata dei problemi in cui versa il Paese, ma più attenta, invece, alla traballante seggiola in cui siede al momento.

Per il Pd parla Arturo Scotto. “La reazione del governo è emblematica. Anziché dire ‘fermiamoci un attimo, sediamoci e approviamo il salario minimo’, la destra non ha trovato niente di meglio che presentare la legge elettorale. Cioè il modo in cui cercano a tavolino di non perdere le elezioni”.

Si alza il livello di crisi nel conflitto tra Stati Uniti e Iran. Continuano le minacce da parte del presidente americano Donald Trump, che ha minacciato pesanti attacchi contro infrastrutture energetiche iraniane, centrali elettriche, pozzi petroliferi e l’isola di Kharg nel caso in cui non venga raggiunto un accordo che includa la riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel frattempo, la Turchia ha dichiarato di aver intercettato un quarto missile lanciato dall’Iran, neutralizzato dai sistemi di difesa aerea della NATO. Invece sul fronte europeo, la Spagna ha preso le distanze dall’operazione militare e oltre a negare l’uso delle basi di Rota e Morón, Madrid ha chiuso il proprio spazio aereo ai voli coinvolti nel conflitto. Secondo il New York Times, infine, gli Stati Uniti avrebbero utilizzato un nuovo tipo di missile balistico nei primi giorni di guerra, colpendo obiettivi civili nella città iraniana di Lamerd e causando almeno 21 vittime.

Intanto, altri due soldati Onu sono morti in Libano oggi: sarebbero caschi blu indonesiani, che operavano nella zona sud est del Paese. Almeno un’altra persona sarebbe rimasta ferita. Lo si apprende da fonti informate. Sarebbero così tre i soldati di Unifil morti nell’arco di poche ore. “Questa mattina un’esplosione ha gravemente danneggiato un veicolo dell’Unifil e diversi peacekeeper sono rimasti feriti. Alcuni dei feriti sono stati evacuati, ma non siamo riusciti a raggiungere la scena per estrarre altri due a causa della mancanza di garanzie di sicurezza. Dopo il coordinamento con le autorità libanesi e israeliane, una squadra è ora in viaggio verso il luogo dell’incidente. Fornirò aggiornamenti quando possibile”. Lo riferisce la portavoce di Unifil, Kandice Ardiel.

G7: “Pronti a tutte misure necessarie per sicurezza energetica”
“Siamo pronti ad adottare tutte le misure necessarie, in stretta collaborazione con i nostri partner, per preservare la stabilità e la sicurezza del mercato energetico. Riconosciamo l’importanza di un’azione internazionale coordinata per mitigare le ripercussioni e salvaguardare la stabilità macroeconomica”. È quanto si legge nel comunicato del G7 diffuso al termine della riunione dei governatori e dei ministri delle Finanze e dell’Energia.

 

“Abbiamo avviato un’indagine per determinare ciò che è accaduto”. Così Unifil (Forza di interposizione provvisoria delle Nazioni Unite in Libano) in una nota in cui conferma la morte di due peacekeeper oggi nel sud del Libano, nei pressi di Bani Hayyan, aggiungendo che “un’esplosione di origine sconosciuta ha distrutto il loro veicolo e un terzo peacekeeper è rimasto gravemente ferito e un quarto ha riportato lesioni”. “Gli attacchi deliberati contro i peacekeeper – prosegue la nota – costituiscono gravi violazioni” e “possono costituire crimini di guerra. Il costo umano di questo conflitto è decisamente troppo alto. La violenza, come abbiamo già detto, deve finire”.

 

 

Sirmax punta sulla formazione continua per rafforzare la sicurezza informatica e coinvolgere direttamente i propri dipendenti nella difesa aziendale. Il gruppo italiano, con sede a Cittadella e tra i principali produttori mondiali di compound in polipropilene, ha avviato un nuovo programma di security awareness affidandosi a Logos Technologies, società IT con base a Mestre.

L’iniziativa nasce dall’esigenza di proteggere un patrimonio industriale fatto di brevetti, formule e processi proprietari, in un mercato altamente competitivo come quello dei materiali termoplastici, in particolare per il settore automotive. In questo contesto, la sicurezza informatica rappresenta un elemento strategico per garantire continuità operativa e tutela del know-how.

Il progetto sviluppato con Logos Technologies, si basa su un approccio innovativo alla formazione, che supera i modelli tradizionali spesso statici e poco utilizzati. Il programma prevede contenuti video brevi, aggiornati mensilmente e pensati per essere fruiti con la stessa immediatezza dei social media.

A supporto della formazione teorica vengono introdotte simulazioni di attacchi phishing costruite sulle reali abitudini lavorative dei dipendenti. Le email simulate possono riprodurre comunicazioni apparentemente provenienti da fornitori, clienti o piattaforme digitali utilizzate quotidianamente, con l’obiettivo di testare il livello di attenzione e reazione del personale. I risultati vengono analizzati periodicamente per individuare eventuali aree di vulnerabilità e consentire interventi mirati. Questo permette ai responsabili IT di adottare strategie correttive più efficaci e tempestive.

Elemento distintivo del progetto è la gestione continua del programma: Logos Technologies opera infatti come un partner esterno in grado di affiancare il team interno, offrendo una visione aggiornata sulle minacce cyber e sulle tecniche di social engineering utilizzate dagli attaccanti. Il percorso formativo coinvolge centinaia di dipendenti e si sviluppa attraverso migliaia di ore distribuite durante l’anno, con contenuti disponibili in più lingue per adattarsi alla dimensione internazionale del gruppo. Per Sirmax, già certificata ISO 27001, l’iniziativa rappresenta un ulteriore passo avanti nella costruzione di una cultura aziendale orientata alla sicurezza. L’obiettivo è trasformare i dipendenti da potenziali punti deboli a protagonisti attivi nella prevenzione degli attacchi informatici.

In un contesto in cui le minacce digitali sono in costante evoluzione, la formazione continua e personalizzata si conferma così una leva fondamentale per la protezione del business.

(In foto al centro LIVIO PIANURA, CEO di “Logos Technologies”)