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La cooperazione siciliana non getta i numeri a caso: con 100 mila soci e un valore complessivo di oltre 5 miliardi di euro, non è solo una forza sociale ma economica e politica. E come tale si pone come interlocutore accreditato, che pretende l’attenzione concreta delle istituzioni. Oggi è stata una giornata importante per la cooperazione siciliana: l’NH Hotel di Palermo ha visto svolgersi gli Stati Generali della Cooperazione siciliana durante i quali è stata presentata una piattaforma in otto punti redatta da Confcooperative, Legacoop, UNCI e Unicoop, quattro “centrali” cooperative che per la prima volta in quarant’anni si sono mosse con un solo cuore. La piattaforma programmatica è nata dall’ascolto delle diverse voci, esperienze e personalità, è nata dai tantissimi giovani soci presenti, ma è soprattutto un documento che punta ad aprire un confronto strutturato con il Governo e l’Assemblea regionale sul futuro economico della Sicilia, su temi importanti come cooperazione sociale, agricoltura, pesca, credito, servizi, cultura, turismo, logistica, innovazione, welfare territoriale.

IL VIDEO DEGLI STATI GENERALI DELLA COOPERAZIONE

 

“Quello di oggi è un inizio, un’occasione il cui valore di base è stato l’essere uniti – spiega Gaetano Mancini di Confcooperative -. La presenza imponente delle istituzioni evidenzia che abbiamo saputo portare all’attenzione del Governo e dell’Assemblea regionale i temi cooperativi. Abbiamo avanzato proposte concrete e lavoreremo per portarle a compimento nell’ interesse delle cooperative siciliane” mentre Filippo Parrino per Legacoop Sicilia sottolinea che “centomila soci sono una realtà importante: oggi presentiamo una piattaforma economica che racconta la cooperazione siciliana. Non serve assistenzialismo ma creare mezzi e opportunità necessarie”. Felice Coppolino per Unicoop Sicilia spiega che “La cooperazione può diventare volano di rinascita e di investimenti per la nostra terra. Un obiettivo che possiamo raggiungere con l’istituzione di un tavolo permanente tra il mondo della cooperazione e il governo regionale”, mentre Andrea Amico di Unci Sicilia, aggiunge che “La cooperazione siciliana può svolgere una funzione decisiva non soltanto come componente del sistema economico regionale, ma come infrastruttura organizzativa capace di connettere sviluppo, coesione sociale e presidio dei territori”. L’incontro è stato moderato da Elvira Terranova (ADNkronos).

L’obiettivo dichiarato è passare “da un welfare di prestazione a un welfare di comunità”. La piattaforma individua otto grandi assi strategici sui quali costruire il confronto con la Regione. Al centro ci sono credito e finanza, con la richiesta di strumenti dedicati e di una piena operatività del credito agevolato alla cooperazione; energia e transizione ecologica, con lo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili e dei distretti cooperativi energia-produzione; rafforzamento delle filiere agroalimentari, ittiche, culturali e turistiche attraverso reti integrate e nuove strategie di export verso il Mediterraneo; attenzione al welfare territoriale e alla cooperazione sociale, che rappresenta uno dei pilastri del sistema regionale, e che attende risposte immediate.

Le richieste del mondo cooperativo riguardano il riordino normativo, la creazione di strumenti ad hoc, l’adeguamento delle tariffe ai costi reali dei servizi, il rispetto dei tempi di pagamento, l’attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali e il rafforzamento dell’amministrazione condivisa tra enti pubblici e cooperative. Si è parlato di sostegno alle cooperative di comunità nelle aree interne colpite dallo spopolamento e di emergenza abitativa (interessanti i nuovi progetti dell’assessorato regionale alle Attività produttive riportati dall’assessore Edy Tamajo e quelli dell’Assessorato alle Infrastrutture presentati dall’assessore Alessandro Aricò); di trasformazione digitale e recupero produttivo dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Gli Stati Generali hanno anche chiesto l’istituzione di un tavolo permanente Regione-Cooperazione, strumenti di co-programmazione, un Action-plan dell’economia sociale e un accordo stabile che coinvolga enti locali, università e sistema finanziario.

 

 

 

 

Non solo un settore produttivo, ma una vera infrastruttura economica e sociale che tiene insieme territori, servizi, lavoro e comunità. La cooperazione richiede l’attenzione delle istituzioni regionali ponendosi al centro della scena politica ed economica dell’Isola attraverso gli STATI GENERALI DELLA COOPERAZIONE che si terranno, mercoledì 27 maggio, all’hotel NH – Foro Italico di Palermo con inizio alle 10. Una grande manifestazione che porterà nel capoluogo i rappresentanti delle imprese cooperative siciliane aderenti a Confcooperative, Legacoop, UNCI e Unicoop. Un lavoro trasversale e continuo sul territorio che ha permesso alle quattro “centrali” di organizzare un evento unico in cui sarà presentata una piattaforma programmatica, un documento che punta ad aprire un confronto strutturato con il Governo e l’Assemblea regionale sul futuro economico della Sicilia. Dinanzi al quale il mondo cooperativo si presenta con un’unica voce.

Perché mentre l’Isola continua a perdere cervelli, imprese e competitività, esiste un sistema produttivo che continua a generare occupazione, welfare, filiere agricole, servizi, innovazione e presidio sociale nei territori più fragili. Ma che oggi denuncia il rischio concreto di un progressivo ridimensionamento, che richiede – spiegano i quattro presidenti Gaetano Mancini per Confcooperative Sicilia, Filippo Parrino per Legacoop Sicilia, Felice Coppolino per Unicoop Sicilia e Andrea Amico per Unci Sicilia – una strategia regionale chiara sui temi della cooperazione e dell’economia sociale.

I numeri raccontano, infatti, una realtà molto più ampia di quanto spesso venga percepito. Ognuna delle Centrali ha messo i suoi numeri sul tavolo, e sono impressionanti: in Sicilia operano oltre 11.800 cooperative (prima realtà regionale italiana) che producono un valore complessivo della produzione che sfiora i 5 miliardi di euro. Di questi, 1,8 miliardi sono riconducibili alle cooperative dei produttori del settore primario, che guidano la classifica per fatturato aggregato. E se si considera il settore finanziario cooperativo – banche di credito cooperativo, popolari cooperative e cooperative di garanzia fidi – l’attivo aggregato raggiunge quasi i 17 miliardi di euro, corrispondenti a oltre 3.500 euro di capitale investito per residente.

Questa grande realtà economica e sociale coinvolge oltre 100.000 mila soci e garantisce occupazione ad oltre 55.000 lavoratori molti dei quali soci. Un sistema che attraversa comparti decisivi: cooperazione sociale, agricoltura, pesca, credito, servizi, cultura, turismo, logistica, innovazione, welfare territoriale.

La premessa è chiara: il contesto internazionale è mutato profondamente negli ultimi mesi. Crisi energetica e tensioni geopolitiche si sono sommate a trasformazione digitale, cambiamenti climatici e ridefinizione delle catene produttive: questi cambiamenti impongono nuove politiche di sviluppo. E in questo scenario la cooperazione – si legge nel documento – “non può essere considerata esclusivamente un settore produttivo, ma deve essere riconosciuta come una infrastruttura economica e sociale strategica per la Sicilia che merita attenzione per le sue caratteristiche di risposta ai bisogni”.

La piattaforma individua otto grandi assi strategici sui quali costruire il confronto con la Regione. Al centro ci sono credito e finanza, con la richiesta di strumenti dedicati e di una piena operatività del credito agevolato alla cooperazione; energia e transizione ecologica, con lo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili e dei distretti cooperativi energia-produzione; rafforzamento delle filiere agroalimentari, ittiche, culturali e turistiche attraverso reti integrate e nuove strategie di export verso il Mediterraneo; attenzione al welfare territoriale e alla cooperazione sociale, che rappresenta uno dei pilastri del sistema regionale, e che attende risposte immediate. Le richieste del mondo cooperativo riguardano il riordino normativo, la creazione di strumenti ad hoc, l’adeguamento delle tariffe ai costi reali dei servizi, il rispetto dei tempi di pagamento, l’attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali e il rafforzamento dell’amministrazione condivisa tra enti pubblici e cooperative. L’obiettivo dichiarato è passare “da un welfare di prestazione a un welfare di comunità”.

Si discuterà di emergenza abitativa, rigenerazione urbana, sostegno alle cooperative di comunità nelle aree interne colpite dallo spopolamento; trasformazione digitale e recupero produttivo dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Una visione che punta a collocare la Sicilia dentro il nuovo scenario euromediterraneo attraverso un modello di sviluppo fondato su sostenibilità, inclusione e radicamento territoriale.

Gli Stati Generali del 27 maggio vogliono inoltre superare appartenenze e steccati associativi per costruire una voce comune del sistema cooperativo siciliano. E chiedono alla Regione un cambio di metodo: l’istituzione di un tavolo permanente Regione-Cooperazione, strumenti di co-programmazione, la costruzione di una visione comune e di strumenti ad hoc per l’attuazione dell’Action-plan dell’economia sociale e un accordo stabile che coinvolga enti locali, università e sistema finanziario.

Perché, sostengono Confcooperative, Legacoop, UNCI e Unicoop, “la cooperazione oggi non rappresenta una parte marginale dell’economia siciliana ma uno degli ultimi grandi sistemi capaci di redistribuire ricchezza, garantire servizi e mantenere vive intere comunità”. E indebolirla significherebbe impoverire ulteriormente un’Isola già attraversata da profonde fragilità economiche, sociali e demografiche.

 

Una situazione davvero drammatica sul versante finanziario e, a pagare il prezzo più alto della guerra in Iran, sarebbe proprio l’Italia, indicata come l’economia più vulnerabile nello scenario europeo. Le previsioni per il 2026 parlano di un Pil in crescita dello 0,4%, esattamente la metà rispetto allo 0,8% stimato in precedenza. Un rallentamento significativo che riflette la forte dipendenza energetica del Paese e la sua esposizione agli aumenti dei prezzi delle materie prime.

La crisi innescata dalla guerra in medioriente, rischia di avere effetti profondi e duraturi sull’economia globale, con l’Europa in prima linea tra le aree più esposte agli shock energetici e geopolitici. Secondo le nuove stime diffuse da Standard & Poor’s nel suo Global Economic Outlook, il quadro macroeconomico del continente appare in netto peggioramento, con una crescita rivista al ribasso in quasi tutti i principali Paesi. Il rallentamento non riguarda però solo l’Italia. Anche il Regno Unito registra una revisione al ribasso di quattro decimali, con la crescita attesa che scende dall’1,4% all’1%. L’intera area euro mostra segnali di indebolimento, fermandosi a un incremento dell’1% rispetto al precedente 1,2%.

In questo contesto, alcune economie sembrano reggere meglio l’urto. La Germania mantiene una crescita prevista dello 0,8%, sostenuta da politiche di stimolo fiscale, mentre la Francia si conferma relativamente più solida con un aumento del Pil stimato all’1,9%. Tuttavia, si tratta di equilibri fragili, fortemente legati all’evoluzione del conflitto e ai suoi effetti sui mercati energetici. Il nodo centrale resta infatti il prezzo del petrolio e, più in generale, dell’energia. Secondo S&P Global Ratings, i rischi economici globali legati alla guerra in Medio Oriente sono “in rapido aumento”. Una dinamica che potrebbe innescare nuove pressioni inflazionistiche, soprattutto in Europa.

Lo scenario più critico ipotizza che, in caso di shock petrolifero più intenso e prolungato, l’inflazione nell’area euro possa superare il 5% già tra maggio e giugno. Un livello che metterebbe sotto forte stress famiglie e imprese, riducendo il potere d’acquisto e frenando consumi e investimenti.

Le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi: una recessione tecnica a metà anno non è esclusa. Due trimestri consecutivi di crescita negativa rappresenterebbero un duro colpo per un continente già alle prese con una ripresa economica debole e disomogenea. Anche gli Stati Uniti non sono immuni. Il rapporto evidenzia come i rischi per l’economia americana siano orientati “decisamente al ribasso”, segno di un rallentamento globale che potrebbe coinvolgere tutte le principali economie avanzate.

In definitiva, la guerra in Iran si configura non solo come una crisi geopolitica, ma come un potenziale detonatore economico capace di ridefinire gli equilibri globali. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la sfida sarà contenere gli effetti dello shock energetico evitando che si trasformi in una crisi strutturale di lungo periodo.

Un altra grana, dunque, per Giorgia Meloni che, ad un anno dalle politiche, si vede costretta ad affrontare una grave crisi politico-finanziaria, dopo la batosta referendaria, assieme ad una instabilità interna del suo governo. Tutto ciò in un quadro sfilacciato e a soli sei mesi dallo conclusione del Pnrr che, nei fatti, non le permetterebbe l’utilizzo di risorse economiche aggiuntive.

“Il conflitto in Medio Oriente rischia di lasciare cicatrici profonde sull’economia globale, anche nel caso di una rapida conclusione”. È il monito lanciato dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, intervenuto all’assemblea dei partecipanti dedicata ai conti 2025.

Secondo Panetta, gli effetti della guerra contro l’Iran non saranno temporanei: il ritorno alla normalità nel mercato energetico richiederà “tempi non brevi”. Un elemento che ha già prodotto un “brusco cambiamento” nelle prospettive economiche, costringendo la Banca centrale europea a rivedere le stime su inflazione e crescita. Anche Bankitalia si prepara ad aggiornare le proprie previsioni nei prossimi giorni, con attese orientate a un rallentamento del Pil.

L’allarme si inserisce in un quadro già segnalato dalla presidente della Bce, Christine Lagarde, che ha recentemente invitato alla prudenza, sottolineando come i mercati appaiano “troppo ottimisti” rispetto alle conseguenze del conflitto. Uno scenario che richiama, per intensità, lo shock del 2022 seguito all’invasione russa dell’Ucraina.

Sul fronte della politica monetaria, tuttavia, l’Europa si presenta oggi più solida. Panetta ha evidenziato alcuni fattori positivi: un mercato del lavoro più robusto, un sistema bancario redditizio e ben patrimonializzato. Resta però centrale l’incognita sugli effetti indiretti della crisi, in particolare sulla dinamica dei salari. Il governatore ha ribadito il rischio di un “circolo vizioso tra prezzi e retribuzioni”, storicamente temuto dalle banche centrali, anche se finora non emerso in Italia dopo la crisi del 2022. In questo contesto, la linea resta prudente: le decisioni sui tassi continueranno a essere prese “riunione per riunione”, sulla base dei dati disponibili.

Intanto, dal fronte interno arriva un segnale positivo. Dopo due anni di perdite, il bilancio della Banca d’Italia torna in utile grazie all’allentamento della politica monetaria, che ha ridotto il costo delle passività. Il risultato lordo passa così da una perdita di 7,3 miliardi nel 2024 a un utile di 3 miliardi.

Di questi, 900 milioni saranno destinati al rafforzamento del fondo rischi e 400 milioni al pagamento delle imposte. L’utile netto, pari a 1,65 miliardi, garantirà allo Stato la quota principale: 1,272 miliardi. Negli ultimi dieci anni, l’istituto centrale ha versato complessivamente all’Erario 41,3 miliardi di euro. Benefici anche per i partecipanti al capitale, tra casse previdenziali, banche e assicurazioni, che riceveranno dividendi per 340 milioni riferiti al 2025, portando il totale distribuito nell’ultimo decennio a 2,9 miliardi. Un risultato che conferma il ritorno alla solidità dell’istituto, ma che si accompagna a uno scenario macroeconomico ancora pieno di incognite.

(foto Fabio Panetta fonte Ansa)

Emerge un quadro fosco, in relazione allo stato di attuazione del PNRR, che il “Servizio Lavoro Coesione e Territorio della UIL” ha messo in evidenza, in seguito ad uno studio specifico. A denunciare lo stato delle cose e a sei mesi dalla conclusione del Piano, rimane, infatti, ancora da spendere il 46% delle risorse. I dati aggiornati al 26 febbraio 2026, parlano di una spesa del PNRR che si attesta a 104,6 miliardi di euro (il 53,8% del totale), su un totale di risorse provenienti dall’Europa pari a 194,4 miliardi di euro.

“I dati rilevano, purtroppo – afferma Ivana Veronese, segretaria Confederale UIL – un andamento ad effetto ‘moviola’, sia della messa a terra dei progetti sia della spesa effettiva. Siamo molto preoccupati dalla performance del piano e anche l’ultimo Decreto (il settimo riferito all’accelerazione della spesa), non risolve i temi di fondo per l’attuazione del PNRR. Anzi abbiamo la netta sensazione che queste misure rischiano di aumentare la burocrazia operativa per enti e imprese, anziché semplificarla concretamente. Non vorremmo – ha aggiunto Veronese – che queste norme fossero arrivate in ritardo, dal momento che siamo ai titoli di coda del PNRR”.

“Analizzando i dati dei progetti finanziati – ha continuato Ivana Veronese – la Missione 1 (Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo), ha effettuato una spesa effettiva del 67,2%; la Missione 2 (Rivoluzione verde e transizione ecologica), il 44,5%; la Missione 3 (Infrastrutture per una mobilità sostenibile) il 65%; la Missione 4 (Istruzione e ricerca), il 56,9%; la Missione 5 (Inclusione e coesione), il 42,9%; la Missione 6 (Salute), il 51,3%; la Missione 7 (RepowerEU), solo il 25,6%”.

“Guardando, dunque, i dati della spesa delle Amministrazioni Centrali – ha concluso la segretaria della Uil – il Consiglio di Stato e il Tar presentano un livello di spesa pari 75%; il Ministero della Giustizia il 72,9%; il Ministero dell’Economia e delle Finanze il 72,8%; il Ministero Imprese e del Made in Italy il 70,9%; il Ministero dell’Università e della Ricerca il 65,9%. Più indietro, il Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare fermo al 17,4%; il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali al 28,1%; il Ministero della Cultura al 29%; la Presidenza del Consiglio al 39,7%; il Ministero del Turismo al 39,8%”.

 

Nel 2026 il tema della qualità del lavoro è diventato centrale nel mercato occupazionale italiano. Sempre più professionisti, infatti, non cercano solo uno stipendio competitivo, ma anche benessere, equilibrio vita-lavoro e opportunità di crescita. In questo contesto si inserisce la classifica delle 75 migliori aziende in cui lavorare in Italia, stilata da Great Place to Work, basata sulle opinioni dirette dei dipendenti.

La graduatoria rappresenta uno spaccato significativo del tessuto produttivo nazionale, evidenziando le imprese che investono maggiormente nelle persone. Tra i fattori decisivi emergono la fiducia nel management, l’inclusione, la valorizzazione dei talenti e politiche di welfare avanzate.

Accanto a questa classifica, anche altri studi – come quello di Statista sugli “Italy’s Best Employers 2026” – confermano il trend: al vertice si trovano aziende come Lavazza, Sorgenia e Granarolo, apprezzate per il clima aziendale e le prospettive di carriera.  Le imprese premiate appartengono a diversi settori: farmaceutico, tecnologico, finanziario e manifatturiero. Tra i nomi più ricorrenti compaiono multinazionali e grandi gruppi come Johnson & Johnson, Eli Lilly, Fastweb e AbbVie, già presenti nelle precedenti edizioni delle classifiche Best Workplaces.

Un ruolo importante è giocato anche dalle certificazioni “Top Employers”, che nel 2026 hanno riconosciuto oltre 140 aziende in Italia per l’eccellenza nelle politiche HR. Tra queste figurano realtà come Intesa Sanpaolo, Generali, Amazon Italia e Capgemini.  Ciò che accomuna queste aziende è la capacità di adattarsi ai cambiamenti del mondo del lavoro: smart working, formazione continua e attenzione alla salute mentale sono ormai elementi imprescindibili. Inoltre, cresce l’impegno verso diversità e sostenibilità, fattori sempre più determinanti nella scelta di un datore di lavoro.

La classifica delle 75 migliori aziende non è quindi solo un elenco, ma un indicatore di trasformazione culturale. Le organizzazioni che investono nelle persone ottengono maggiore produttività, attraggono talenti e costruiscono una reputazione solida nel lungo periodo. Il 2026 conferma che lavorare bene è possibile anche in Italia. Le aziende più virtuose dimostrano che il successo economico può andare di pari passo con il benessere dei dipendenti, segnando la strada per il futuro del lavoro nel Paese.

Questa è la classifica stilata da “Great Place to Work Italia”

 

1268 cooperative, di cui il 30% (482) sociali, 9 unioni provinciali, 2 coordinamenti regionali, 31 unioni zonali e 12 centri servizi C.A.T. (centri di assistenza tecnica alle cooperative) strumenti imprescindibili per far conoscere le risorse, non solo finanziarie, ma anche tutti i servizi messi a disposizione e utili a supportare la creazione di un percorso imprenditoriale in forma cooperativa. Sono questi i numeri che danno il senso del ruolo di UNICOOP Sicilia sul territorio regionale in cui, in sei anni, è passata da un grado di rappresentatività pari al 5,6% all’attuale 16%. Una crescita costante dovuta alla presenza capillare sul territorio, grazie anche all’istituzione delle Unioni Zonali.

Questi i dati e le iniziative che verranno presentate domani mattina, venerdì 11 aprile, con inizio alle ore 10, all’hotel Nettuno di Catania, nel corso della Prima conferenza regionale sulla cooperazione sociale dal tema, “Innovazione sociale: la cooperazione in Sicilia protagonista del cambiamento, organizzata da Unicoop Sicilia.

Dunque, esperti, addetti ai lavori e presidenti di importanti cooperative sociali si incontreranno per scambiarsi report sulle loro esperienze, con l’intento di migliorare i servizi da erogare. Sarà l’intero terzo settore ad essere radiografato e messo a confronto con analoghe esperienze fatte in altre regioni e nazioni europee, ponendo sempre al centro l’importanza del sistema cooperativo all’interno dell’economia nazionale e regionale.

E proprio in quest’ottica verrà lanciata la proposta di Unicoop Sicilia dell’istituzione dell’Albo regionale delle cooperative sociali, nell’ambito di una legge di riordino del sistema cooperativo. Una proposta legislativa che all’articolo 1 afferma che la “Regione siciliana riconosce il valore e la finalità pubblica della cooperazione sociale nel perseguimento della promozione umana e dell’integrazione sociale dei cittadini nell’interesse generale della comunità”.

Il welfare e terzo settore rappresentano, infatti, un aspetto ineludibile dello sviluppo, ma soprattutto del progresso della società ed il contributo che si vuole dare a tale scopo, si ritiene possa essere determinante per riorganizzare un sistema regionale, rivolto a valorizzare ruoli e istituzioni ed attuare politiche sociali al passo con i tempi, verso un’integrazione socio sanitaria, nella promozione e qualificazione di forme innovative di assistenza e protezione sociale, che allineino la Sicilia agli standard delle altre regioni di Italia. Uno strumento legislativo moderno, che possa dare seguito a quello che negli anni ‘80 venne attuato come modello di organizzazione dei servizi di assistenza cooperativa, che ispirò molte altre regioni.

A seguito di questa iniziativa sarà elaborato un piano di promozione e sostegno di interventi legislativi a vantaggio delle cooperative aderenti, per le quali la Regione siciliana concederebbe annualmente alle imprese cooperative sociali e ai loro consorzi, regolarmente iscritti nell’Albo regionale e che realizzino almeno l’ottanta per cento del valore della loro produzione nel territorio regionale, contributi per iniziative finalizzate a: progetti concernenti l’acquisto, la costruzione, la ristrutturazione e l’ampliamento di immobili da adibire esclusivamente all’esercizio dell’attività svolta e coerente con gli scopi statutari. Le cooperative sociali e i loro consorzi, regolarmente iscritti nell’Albo regionale delle Cooperative Sociali e dei Consorzi, potranno così richiedere finanziamenti fino al 100% della spesa ammissibile, mediante linee di credito attivate tramite Enti regionali (IRFIS, IRCA) e istituti bancari.

L’Albo, che si andrebbe a costituire, verrebbe diviso in cooperative per servizi sociali, sanitari e educativi; cooperative per inserimento lavorativo; consorzi di cooperative sociali. Uno strumento di trasparenza e qualità nei servizi delle cooperative sociali, che nei fatti favorirebbe inclusione e sviluppo nel territorio. Un modo per rendere merito alle cooperative virtuose, costituendo un efficace sistema di controllo contro l’affermazione delle false cooperative, oltre a fornire un valido contributo al servizio di vigilanza degli enti cooperativi.

Ed è proprio nelle finalità previste dall’Albo e citate nell’articolato della proposta di legge, che ci si rende conto dell’importanza dello strumento: “determina le modalità di raccordo ed integrazione con l’attività e la programmazione dei servizi sociali, sanitari, educativi, di formazione professionale, di turismo a fini sociali, di sviluppo dell’occupazione e di inserimento lavorativo di persone svantaggiate di cui all’art. 4 della Legge 381/91; fissa i criteri per gli affidamenti dei servizi cui debbono uniformarsi contratti e convenzioni tra cooperative sociali, consorzi, enti ed aziende pubbliche; definisce le misure di promozione, sostegno e sviluppo della cooperazione sociale; istituisce e determina le funzioni della Commissione regionale della cooperazione sociale”.

“L’intentoafferma Agatino Cundari coordinatore regionale del settore cooperazione sociale di Unicoop è quello di mettere in risalto l’importanza della cooperazione sociale a tutela delle fasce più deboli e delle categorie di soggetti a rischio in tutta la Sicilia: punto questo fondamentale ed irrinunciabile a tutela del welfare di prossimità sul territorio. Con la creazione dell’Albo regionale delle cooperative riusciremo a creare un contenitore di legalità che avrà la duplice veste: da una parte garantire la trasparenza dell’operato delle stesse cooperative e dall’altro creare un volano di economia e di sviluppo del territorio. Quindi il riordino della cooperazione sociale in Sicilia, non può che passare attraverso l’approvazione di norme chiare, che diventano indispensabili e fondamentali per il funzionamento dell’intero settore”. E anche il presidente di Unicoop Sicilia, Felice Coppolino, parla dell’Albo regionale come “uno strumento di trasparenza, legalità e sviluppo, in un contesto così complesso e articolato qual è quello del settore della cooperazione”.

I lavori della conferenza, moderati da Anna Maria Di Vanni, direttore di Unicoop Sicilia, saranno aperti da Lucia Dello Russo, presidente nazionale di Unicoop. Seguiranno diversi interventi, tra cui quello di Nuccia Albano, assessore regionale alla Famiglia delle politiche sociali e del lavoro, Giuseppe Montemagno, portavoce Forum Terzo settore Sicilia, Giuseppe Di Forti, presidente di SICILBANCA, Carmelo Catalano, segretario provinciale UGL Catania, Andrea Monteleone, vicesegretario nazionale SINALP. Tra i relatori: Francesco D’Ulizia, presidente dipartimento sociale Unicoop che parlerà di “Cooperazione sociale oggi”, Eleonora Contarino, presidente Unicoop Catania, che discuterà su “Fisco e cooperazione sociale: impatto della riforma sulle cooperative”, Agatino Cundari, coordinatore settore cooperazione sociale Unicoop Sicilia, che affronterà il tema “Iniziative legislative a vantaggio della cooperazione sociale”.

Prenderanno anche la parola Fabio Petrone, presidente cooperativa Labor: “Il servizio civile universale”, Joseph Zambito, presidente nazionale ANFOP: “La legge 4/2013 e le professioni non regolamentate”, Antonio Coluccia, direttore generale istituto Spirito Santo di Messina: “Istruzione e Formazione nella cooperativa sociale, Anna Maria Milotta, presidente Unicoop Trapani: “Fare rete in Sicilia”, Antonio Modica Agnello, vicepresidente Unicoop Catania: “L’offerta dei servizi e gli strumenti digitali di UNICOOP a favore delle cooperative”. Porteranno le loro esperienze svolte nelle cooperative, Maria Rita Paglietta Ales, presidente cooperativa sociale “Senza frontiere”, Michele Pedone, presidente cooperativa “MIGMA” e Sebastiano Cutuli, vicepresidente cooperativa sociale “ORSA MAGGIORE”. La conferenza sarà conclusa da Felice Coppolino, presidente regionale di UNICOOP Sicilia.

Inoltre, verrà istituito, in sinergia con l’Associazione Zero Molestie del SINALP (Sindacato Nazionale Autonomo dei Lavoratori e dei Pensionati), il premio in memoria di Sara Campanella, la ventiduenne di Misilmeri vittima di femminicidio, che verrà consegnato annualmente alla cooperativa sociale che si distinguerà nei progetti a tutela e difesa delle donne vittime di violenza.

In foto il segretario regionale del SINALP Sicilia, Andrea Monteleone

Sono quasi 10mila i lavoratori siciliani coinvolti in contenziosi con i propri datori di lavoro. Un dato che evidenzia come lo strumento della conciliazione sindacale sia utile e fondamentale per dirimere le controversie lavorative. Numeri che danno il senso del contesto nel quale questi lavoratori svolgono il proprio lavoro. Dunque, la fotografia di una realtà che, se da un lato mette in risalto le problematiche del mondo del lavoro, dall’altro innesca un percorso virtuoso che guarda a soluzioni concrete.

E sempre in riferimento ai numeri, per quanto riguarda le materie più conciliate, al primo posto risultano essere i licenziamenti (40%), al secondo le controversie su straordinari e ferie (25%), mente al terzo si posizionano le controversie su discriminazioni e mobbing (15%).

 In Sicilia, la conciliazione sindacale ha un tasso di conflittualità lavorativa più alto rispetto alla media nazionale, soprattutto per lavoro irregolare, mancato pagamento di retribuzioni, licenziamenti illegittimi, controversie su ferie, permessi e straordinari non retribuiti.

Questo il numero di procedimenti di conciliazione avviate nell’isola negli ultimi cinque anni e comparazione percentuale rispetto al dato nazionale.

Anno Conciliazioni avviate % Rispetto al dato nazionale
2019 8.500 ~10%
2020 7.200 ~9,5% (calo per pandemia)
2021 7.800 ~9,7%
2022 9.000 ~10%
2023 9.500 (stima) ~10%

Con i valori sopra evidenziati la Sicilia è tra le prime cinque regioni italiane per numero di controversie lavorative, insieme a Lombardia, Lazio, Campania e Puglia, e sono in aumento le controversie per licenziamenti nel settore turismo e agricoltura.

 “Siamo di fronte ad una delle principali sfide nel mondo del lavoro contemporaneo. In un contesto caratterizzato da rapidi cambiamenti economici e sociali, la conciliazione sindacale emerge come uno strumento strategico per promuovere il dialogo, prevenire controversie e individuare soluzioni condivise a vantaggio di tutte le parti coinvolte. Inoltre, diventa un supporto essenziale di aiuto allo snellimento delle cause nei tribunali, che in questo modo non dovranno gravarsi di ulteriori contenziosi”. É quanto afferma Andrea Monteleone, segretario regionale del SINALP Sicilia (Confederazione Sindacale Nazionale Autonoma dei Lavoratori e dei Pensionati).

“L’obiettivo di questo convegnoaggiunge Monteleoneè quello di approfondire il ruolo e le potenzialità della conciliazione sindacale, analizzando le opportunità che essa offre sia alle imprese, in termini di miglioramento delle relazioni industriali e della produttività, sia ai lavoratori, garantendo la tutela dei diritti e una maggiore partecipazione al processo decisionale”.

Analizzando, invece, le statistiche nazionali degli ultimi anni, in merito alla conciliazione sindacale, si evince questo sviluppo continuo. Numero di procedimenti di conciliazione sindacale avviati negli ultimi cinque anni:

2019: ~ 85.000

2020: ~ 75.000 (calo per pandemia)

2021: ~ 80.000 (ripresa post-Covid)

2022: ~ 90.000 (aumento per crisi economica e licenziamenti)

2023: ~ 95.000 (stime in crescita per inflazione e rinnovi contrattuali) e come si evince, dal 2019 al 2023 (ultimo anno con dati certi) la conciliazione è cresciuta di ben 10.000 procedimenti. Mentre il Tasso di successo delle conciliazioni ha una media, nell’ultimo quinquennio 2019-2023, del 65-70%, quindi 2 su 3 controversie si risolve senza necessità di ricorrere al giudizio.

 Infatti, alla luce di questi dati le conciliazioni sindacali risultano essere sempre la via più veloce ed economica nel dirimere le controversie nei rapporti di lavoro. Altro aspetto che dà una netta diversificazione in merito alle conciliazioni sindacali tra nord e sud è dato da una netta prevaricazione di conciliazioni per licenziamenti e controversie salariali nel nord Italia, mentre nel sud prevalgono le conciliazioni su lavoro nero e mancato pagamento retribuzioni.

 Un tema delicato, questo, che verrà affrontato domani a Palermo, venerdì 28 marzo dalle 9.30 alle 13, nella sala dei Cavalieri di Palazzo Steri, nel corso del convegno, “La conciliazione sindacale: un’opportunità per le imprese e per i lavoratori”. L’iniziativa è stata organizzata dal SINALP Sicilia (Confederazione Sindacale Nazionale Autonoma dei Lavoratori e dei Pensionati) con il patrocinio del Comune di Palermo e dell’Assemblea regionale siciliana, e la collaborazione di alcuni enti, associazioni e ordini professionali, tra cui quello dei commercialisti e degli avvocati di Palermo. Saranno presenti il Presidente della Regione siciliana, Renato Schifani e il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla. Tra i vari interventi, quello di Andrea Monteleone, segretario regionale del SINALP Sicilia che modererà anche l’incontro. Daranno anche il loro contributo Anna Maria di Vanni, direttore di Unicoop Sicilia, il presidente degli avvocati di Palermo, Dario Greco, quello dei dottori commercialisti, Nicolò La Barbera, il presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Antonio Alessi, l’avvocato Girolamo Catalano dell’Ispettorato del Lavoro di Palermo. L’avvocato Simona Viola, Dirigente dell’Ufficio Risorse umane dell’Università degli Studi di Palermo. Concluderà i lavori Lorenzo Maria Dentici, avvocato e docente del diritto del lavoro di Unipa.

Che cosa è la conciliazione sindacale. Si tratta procedimento attraverso il quale le parti, con l’assistenza del soggetto conciliatore, cercano di raggiungere la soluzione della controversia. Proprio la presenza di un terzo, il conciliatore designato dall’organizzazione sindacale di appartenenza del lavoratore. È un accordo che ha ad oggetto una transazione economica che serve a concludere una lite tra lavoratore e datore di lavoro. Il lavoratore di fatto rinuncia a rivendicare un proprio diritto o una parte di esso in cambio di un risarcimento economico.

Una notizia che scuote un settore ormai da tempo in profonda crisi. La Ford ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede il taglio di 4.000 posti di lavoro in Europa entro il 2027. Una decisione che si inserisce in un contesto di trasformazione del settore automobilistico, in cui le aziende stanno affrontando la sfida della transizione verso veicoli elettrici e digitalizzati, adattandosi a un mercato sempre più competitivo.

I tagli interesseranno principalmente gli impiegati nei settori della progettazione, della ricerca e dello sviluppo. Le sedi coinvolte includono impianti in Germania, Regno Unito e altri paesi europei. Ford ha sottolineato che cercherà di gestire il processo attraverso programmi di pensionamento anticipato e incentivi per ridurre al minimo gli impatti sociali. Tuttavia, i sindacati hanno già espresso preoccupazione, chiedendo un dialogo trasparente e misure di sostegno per i lavoratori colpiti.

Secondo Ford, il taglio si rende necessario per “razionalizzare le operazioni e aumentare l’efficienza in vista della transizione energetica”. L’azienda sta investendo massicciamente nell’elettrificazione della propria gamma, con l’obiettivo di vendere solo veicoli elettrici in Europa entro il 2035. Questo passaggio richiede un riallineamento delle competenze e una riduzione delle strutture legate ai motori a combustione interna.

L’industria automobilistica, inoltre, è sotto pressione a causa dell’aumento dei costi delle materie prime, della concorrenza da parte di produttori asiatici e delle normative ambientali più stringenti imposte dall’Unione Europea. La necessità di investire in tecnologie all’avanguardia ha portato molte case automobilistiche, incluso Ford, a ripensare le proprie strategie operative.

L’annuncio ha suscitato reazioni contrastanti. I sindacati e le autorità locali hanno criticato la decisione, sottolineando l’importanza di tutelare i lavoratori e promuovere investimenti per la riqualificazione professionale. Al tempo stesso, Ford è stata elogiata per il suo impegno nella sostenibilità e per i progressi verso un futuro a basse emissioni di carbonio, benché questi obiettivi richiedano sacrifici nel breve termine.

Malgrado ciò, l’azienda automobilistica americana, ha confermato il suo impegno verso il mercato europeo. Entro il 2026, Ford prevede di lanciare almeno nove nuovi modelli elettrici in Europa e punta a diventare un leader nella mobilità sostenibile. Per farlo, sta investendo miliardi di dollari nella costruzione di impianti di produzione di batterie e nello sviluppo di tecnologie avanzate per i veicoli elettrici.

Questa ristrutturazione rappresenta un passo cruciale per garantire la competitività dell’azienda in un’industria in rapida evoluzione. Tuttavia, il successo dipenderà dalla capacità di Ford di bilanciare la necessità di innovare con la responsabilità sociale nei confronti dei suoi dipendenti e delle comunità in cui opera. Dunque, in un panorama globale sempre più orientato alla sostenibilità e all’innovazione, Ford si trova di fronte alla sfida di trasformare le difficoltà attuali in opportunità per il futuro. Ci riuscirà? Questo è il vero dilemma.

(fonte foto www.hdmotori.it – www.alvolante.it)

Una vera e propria rivoluzione che vede l’azienda trevigiana Aton in prima linea, attraverso soluzioni digitali, in particolar modo nella distribuzione di gas e acqua. Infatti, con l’arrivo dell’autunno e dell’inverno emerge la necessità di garantire il riscaldamento domestico e ci si trova di fronte a utenze domiciliari che fanno tuttora affidamento sul gpl e sul gasolio, come fonte di energia per riscaldare aziende, case e condomini.

Il mezzo che aiuta tutto ciò? “.onMeter”, una piattaforma software IoT (internet of things) sviluppata per queste specifiche esigenze, unica a livello globale, che ha permesso all’azienda di siglare partnership con giganti mondiali del settore ed estendere la propria operatività, oltre che in Italia, anche in Gran Bretagna, Polonia, Francia, Germania, Danimarca e persino oltreoceano, negli Stati Uniti.

Ad oggi, circa quattrocentomila utenti utilizzano il servizio di telemetria Aton, 150 mila in Italia e 250 mila all’estero. Sono infatti circa 1.300 i comuni italiani non ancora allacciati alla rete metano, il 15% del totale, dove vivono circa quattro milioni di persone (dati Anci). Tra i partner strategici, che hanno siglato un accordo con Aton per la diffusione delle tecnologie intelligenti che razionalizzano l’impiego del gas, c’è SHV Energy, gigante olandese che fornisce 26 milioni di clienti in tutto il mondo avvalendosi del supporto di 13.000 dipendenti in 25 Paesi. I marchi di SHV Energy includono tra gli altri Calor (Regno Unito), Gaspol (Polonia), Primagaz (Francia), Primagas (Germania), Supergasbras (Brasile) e Liquigas (Italia) con cui Aton collabora da oltre vent’anni.

Proprio dal 18 al 22 novembre a Città del Capo, in Sudafrica, l’azienda veneta prenderà parte all’LPG Week, il summit mondiale degli addetti ai lavori nel gpl. L’evento sarà l’occasione per presentare le ultime evoluzioni dell’ecosistema applicativo “.onMeter” di Aton che riguarda tra le altre, l’introduzione dell’AI nella telemetria per la raccolta e interpretazione dei dati di consumo, nella diagnostica dei serbatoi dei clienti, nella distribuzione del prodotto sfuso ed in bombola, nella tracciabilità di bombole e serbatoi per avere sempre cognizione di dove sono ubicati sul territorio.

Sistema di monitoraggio attraverso “.onMeter”

Aton è tra le prime aziende a livello globale ad aver realizzato con “.onMeter” una piattaforma IoT potenziata dall’AI in grado di integrarsi in modo open con dispositivi smart per la raccolta dei dati sul campo di qualsiasi produttore offrendo un vero sistema end to end di allerta automatica che innesca il riordino del combustibile impedendone l’esaurimento inaspettato (assenza di riscaldamento o gas per la cottura).

“Siamo consapevoli che si debba andare verso una progressiva riduzione dell’utilizzo di combustibili fossili – spiega il CEO di Aton, Giorgio De Nardi – e la nostra azienda è in prima linea per guidare la transizione, minimizzando l’impatto ambientale di questa fonte di energia sfruttando anche l’intelligenza artificiale. Grazie alle nostre soluzioni di telemetria, distribuzione e manutenzione, aiutiamo i nostri clienti ad ottimizzare e rendere più efficienti le attività operative e di controllo. Lo facciamo mappando i consumi del prodotto, sia per le reti canalizzate che per i serbatoi degli utenti privati, permettendo alle aziende di ottimizzare acquisti, consumi e consegne, con una conseguente riduzione del loro impatto ambientale”.
Il servizio offerto da Aton si inserisce in un ecosistema economico strategico, ma poco conosciuto. Il mercato del gpl, infatti, ha bisogno di monitorare, in tempo reale, i livelli di gas nei serbatoi, elaborare un piano di rifornimenti periodici, organizzare le consegne in modo efficiente, gestire eventuali anomalie dell’impianto ed infine avere a disposizione un servizio di assistenza dedicato. L’azienda è riuscita a raggiungere tutti questi obiettivi, tramite la propria soluzione “.onMeter” (un unicum nel mondo dei software, costantemente aggiornato con ingenti investimenti in ricerca e sviluppo), piattaforma 100% cloud che raccoglie e standardizza i dati di consumo provenienti da smart meter (contatori intelligenti, ndr) e unità di telemetria dei serbatoi in qualsiasi paese del mondo.

Ciò rende fluido il processo di stoccaggio, distribuzione e fatturazione del prodotto, grazie ad applicazioni fruibili da dispositivi mobile di cui sono dotate le flotte dei camion che consegnano il prodotto, sfuso o in bombole, presso i siti dei clienti. Gli asset, come bombole di GPL, gas tecnici e serbatoi, sono tracciabili con la tecnologia RFID, che permette un riconoscimento massivo di tutti i beni distribuiti nelle varie geografie, valorizzando correttamente nel bilancio aziendale lo stato patrimoniale dei beni lungo tutto il loro ciclo di vita.

“L’AI Aton conclude il Ceo – ha un ruolo fondamentale nell’abilitare il dialogo con i dati e con i sistemi, l’integrazione con documenti e dati provenienti da sorgenti eterogenee, l’interpretazione in tempo reale di grandi flussi di dati, interni ed esterni all’azienda, per prevedere e programmare una perfetta organizzazione operativa e identificare i comportamenti non immediatamente visibili da dashboard tradizionali, il che significa “chattare con i tuoi dati”.