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Si comincia a far sentire l’effetto post referendum per il partito di Giorgia Meloni che perde quasi un punto percentuale rispetto a prima. Si rafforzano, invece, Pd e M5S con il “campo largo” sempre avanti. E’ quanto emerge dall’ultime rivelazione di Supermedia Agi/Youtrend.

Il dato più evidente è il calo netto di Fratelli d’Italia, che perde quasi un punto rispetto alle rilevazioni precedenti al voto. Si tratta di una flessione rilevante, soprattutto considerando la stabilità mostrata dal partito negli ultimi mesi.
Il risultato sembra suggerire un impatto diretto del referendum sul consenso della principale forza di governo.

Al contrario, gli alleati di coalizione non sembrano risentire della stessa dinamica. Lega e Forza Italia, infatti, mostrano segnali di tenuta e persino di lieve crescita. Questo elemento è particolarmente interessante perché indica una redistribuzione interna al centrodestra. Non si tratta quindi di una crisi complessiva della coalizione, ma di un riequilibrio tra i suoi componenti. Sul fronte opposto, i principali partiti di opposizione registrano un rafforzamento.
Il Partito Democratico consolida la propria posizione, beneficiando probabilmente del clima post-referendario. Anche il Movimento 5 Stelle appare in crescita, confermando una fase positiva. Entrambi sembrano intercettare parte del consenso in uscita da Fratelli d’Italia.

La conseguenza più rilevante riguarda però il quadro delle coalizioni. La somma del cosiddetto “campo largo” torna, infatti, davanti al centrodestra. Il vantaggio è minimo, inferiore al mezzo punto, ma comunque simbolicamente importante. Si tratta di un’inversione rispetto a una tendenza che aveva visto il centrodestra stabilmente in testa.

Questo dato suggerisce un equilibrio politico sempre più competitivo. Nessuna delle due aree appare in grado di prevalere nettamente sull’altra. Il risultato del referendum sembra aver riaperto la partita.

Un altro aspetto interessante riguarda l’evoluzione dell’opinione pubblica. I sondaggi iniziano infatti a misurare le percezioni degli italiani sulle conseguenze del voto. Emergono valutazioni che coinvolgono sia il governo sia le opposizioni. Per l’esecutivo, il referendum rappresenta un banco di prova importante. Il calo di consenso di Fratelli d’Italia potrebbe riflettere un giudizio critico su questa fase. Allo stesso tempo, la tenuta degli alleati attenua l’impatto complessivo. Per le opposizioni, invece, si apre una finestra di opportunità. Il rafforzamento nei sondaggi indica una maggiore capacità di mobilitazione. Resta però da capire se questo vantaggio sarà consolidato nel medio periodo.

In conclusione, la Supermedia evidenzia un sistema politico in movimento. Il referendum ha prodotto effetti tangibili sugli equilibri tra i partiti. Le prossime rilevazioni saranno decisive per capire se si tratta di un cambiamento strutturale o temporaneo.

Queste le percentuali dei partiti

FDI 27,9 (-0,9)
PD 22,0 (+0,4)
M5S 12,9 (+0,5)
Forza Italia 9,0 (+0,3)
Lega 6,9 (+0,4)
Verdi/Sinistra 6,4 (-0,3)
Futuro Nazionale 3,3 (+0,1)
Azione 3,1 (-0,2)
Italia Viva 2,3 (+0,1)
+Europa 1,5 (-0,1)
Noi Moderati 1,0 (-0,1)*

Supermedia coalizioni 2022

Supermedia coalizioni 2026

(fonte Agi – foto: Avvenire)

È scontro aperto ai vertici del Movimento 5 Stelle. Beppe Grillo ha deciso di passare alle vie legali per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo del Movimento, aprendo di fatto una nuova fase di tensione con la leadership guidata da Giuseppe Conte.

Secondo quanto riferito da fonti vicine al co-fondatore, l’atto di citazione è stato notificato al Tribunale di Roma, con una prima udienza fissata per il mese di luglio. Al centro della contesa c’è la proprietà del marchio “Movimento 5 stelle”, elemento identitario e politico di primaria importanza per la forza nata nel 2009.

A sostenere pubblicamente la posizione di Grillo è anche Marco Bella, che in un lungo intervento sui social ha attaccato duramente l’attuale dirigenza. Secondo Bella, in “un mondo normale” non sarebbe necessario ricorrere a un’azione legale per ottenere la restituzione di qualcosa che appartiene al fondatore.

L’ex deputato ha ricordato il ruolo centrale di Grillo nella costruzione del Movimento, sottolineando sacrifici personali, investimenti economici e l’esposizione a numerose azioni giudiziarie. Da qui l’accusa implicita a Conte di ingratitudine, nonostante il percorso politico che lo ha portato fino alla guida del governo.

Nel suo intervento, Bella ha inoltre criticato alcune scelte politiche recenti, come l’apertura a possibili alleanze che includano figure come Matteo Renzi, ricordando la crisi che portò alla caduta del governo Conte II. Non mancano riferimenti polemici anche ad altri protagonisti della scena politica, come Matteo Salvini e Umberto Bossi, evocati per sottolineare la gravità dello scontro interno. Tra i punti più contestati, anche la gestione degli iscritti e il rispetto delle regole fondative, come il limite dei due mandati. Bella denuncia un allontanamento dai principi originari e parla di una trasformazione del Movimento in una struttura più orientata al potere che alla coerenza.

La battaglia legale, si preannuncia complessa e potenzialmente lunga. In gioco non c’è solo un simbolo, ma l’identità stessa di una delle forze politiche più rilevanti degli ultimi anni.

Grillo, conclude Bella, sarebbe pronto a esporsi in prima persona ancora una volta, anche sul piano economico, pur di difendere quella che considera una battaglia di dignità. Dall’altra parte, però, la dirigenza attuale non sembra intenzionata a fare passi indietro. Il confronto è ormai aperto e il verdetto finale potrebbe ridefinire gli equilibri interni e il futuro del movimento fondato dal comico di Genova, assieme al suo ideologo, Gianroberto Casaleggio.

Dopo la “caporetto” del referendum il centrodestra accelera l’iter per una nuova legge elettorale, in considerazione che con l’attuale il campo largo, sondaggi dixit, potrebbe avere la meglio e vincere le nazionali il prossimo anno.

I due testi proposti descrivono il ritorno al centro del dibattito politico italiano della riforma della legge elettorale, con l’avvio in Commissione Affari costituzionali dell’iter del cosiddetto “Stabilicum”, pensato per superare il Rosatellum. La proposta, sostenuta dalla maggioranza di centrodestra, mira a introdurre un sistema proporzionale con premio di maggioranza, con l’obiettivo di garantire governabilità e un vincitore certo il giorno dopo il voto. L’intenzione dichiarata è quella di evitare forzature e aprire un confronto con le opposizioni, mantenendo però fermo l’impianto generale della riforma. Secondo Nazario Pagano, l’attuale legge elettorale rischia di produrre un sostanziale equilibrio tra le coalizioni, generando instabilità politica. Inoltre, sottolinea che il Rosatellum è stato concepito in un contesto diverso e che il taglio dei parlamentari ne ha accentuato i limiti. Da qui la necessità di una nuova legge condivisa, capace di assicurare stabilità e regole chiare per gli elettori. Anche Alessandro Colucci insiste sull’importanza di garantire governabilità a chi vince, evitando maggioranze parlamentari incerte.

Più deciso Riccardo De Corato, che sostiene la prosecuzione dell’iter senza ostacoli e si dichiara favorevole al ritorno delle preferenze. All’interno della maggioranza emerge comunque una certa prudenza, in particolare da parte di Forza Italia, che ritiene possibili alcune correzioni tecniche. Il punto più delicato resta il premio di maggioranza, criticato da diversi costituzionalisti e destinato a essere oggetto di confronto. Anche la Lega appare favorevole al percorso avviato, pur mantenendo un atteggiamento pragmatico e non ostacolando la riforma. Parallelamente, il contesto politico è segnato da tensioni interne alla maggioranza e da voci di rimpasto o elezioni anticipate. Tali ipotesi vengono però respinte con decisione dai principali esponenti di governo. Antonio Tajani esclude il ritorno alle urne, indicando come priorità la crescita economica. Sulla stessa linea Matteo Salvini, che assicura la tenuta del governo fino a fine legislatura. Anche Guido Crosetto lega eventuali scenari elettorali al contesto internazionale, escludendo cambiamenti imminenti.

Francesco Lollobrigida sottolinea, inoltre, che non vi è una forte richiesta di elezioni anticipate nemmeno tra le opposizioni. Nel frattempo, Fratelli d’Italia rivendica la stabilità del consenso e la solidità dell’azione di governo. Il partito sostiene che la sconfitta referendaria non abbia inciso sugli equilibri della maggioranza. Nel complesso, emerge una linea condivisa nel centrodestra: riformare la legge elettorale per garantire stabilità e chiarezza politica. Allo stesso tempo, si cerca di mantenere un dialogo con le opposizioni per evitare uno scontro frontale. La riforma appare quindi come una priorità strategica per rafforzare il sistema politico. Tuttavia, restano aperti nodi tecnici e politici che richiederanno ulteriori mediazioni.

Una situazione, dunque, che ruota attorno all’equilibrio tra rappresentanza e governabilità, con la volontà di superare le criticità dell’attuale sistema. Ovviamente l’urgenza è quella di mettere in soffitta la sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia e riscrivere le regole del gioco nel caso in cui le prossime elezioni politiche consegnassero un sostanziale pareggio tra centrodestra e campo largo. Una linea Maginot, tracciata da Giorgia Meloni, che pare essersi dimenticata dei problemi in cui versa il Paese, ma più attenta, invece, alla traballante seggiola in cui siede al momento.

Per il Pd parla Arturo Scotto. “La reazione del governo è emblematica. Anziché dire ‘fermiamoci un attimo, sediamoci e approviamo il salario minimo’, la destra non ha trovato niente di meglio che presentare la legge elettorale. Cioè il modo in cui cercano a tavolino di non perdere le elezioni”.

A dieci giorni dalla data che vedrà gli italiani recarsi alle urne per votare il referendum, che prevede la revisione di alcune norme della Costituzione riguardanti l’ordinamento della magistratura, il dibattito sul e sul No è soltanto una cartina di tornasole. Un’arma di distrazione di massa che ha, invece, un altro obiettivo. Giorgia Meloni ha, di fatto, personalizzato e radicalizzato il tema, con un bombardamento di proporzioni gigantesche sui social e sulle tv, nella convinzione di ratificarne l’esito a lei favorevole. E questo ha posto in essere tutte le condizioni affinché questo voto, abbia una valenza esclusivamente politica su di lei e sul suo governo e non sulla riforma della giustizia.

Un’operazione che ha una genesi più profonda e che la grande parte, invece, degli analisti politici ha scientificamente o forse ingenuamente occultato. La premier, infatti, cavalcando l’onda dei forti consensi che ancora ha, sia in termini personale che di partito (gli ultimi sondaggi danno Fdl come il primo partito), spera in una vittoria netta che le consenta quell’agibilità e contrattualità politica per raggiungere l’obiettivo finale. Non quello che tutti credono nella conferma del secondo mandato da premier. Lei vuole entrare nella storia tentando la scalata al vertice del Quirinale, avendo ormai messo in soffitta il sogno del premierato. Legge il cui iter è defunto. Non dimentichiamo che il mandato di Mattarella finirà nel 2029 e, escludendo che possa essere rieletto per la terza volta, sarebbe visto come un monarca, la Meloni potrebbe essere ad passo, parlando in gergo da tavolo verde, nel fare all-in. Metterebbe tutte le sue “fiches” sul tavolo, diventando così la prima donna, Presidente della Repubblica italiana.

Ma sappiamo bene che le variabili impazzite sono sempre in agguato. E al di là degli scenari bui che incombono in medio oriente, con una guerra di aggressione di Usa e Israele, figlia soltanto di speculazioni finanziarie e di accordi trasversali, la premier italiana si trova ad affrontare le refluenze economiche che il conflitto sta causando anche in Italia. Vedi aumenti di benzina e di gas. Per non parlare del caro vita, vedi carrello della spesa e dell’inflazione alle stelle. In questo quadro, il risultato del referendum del 23 marzo sarà uno spartiacque. E quel voto politico diverrà, nei fatti, un voto a favore o contro la Meloni che si ritroverà, ad un anno dalle elezioni politiche, a gestire un’eventuale Waterloo o a fare un salto pindarico dalla Garbatella, al più alto dei sette Colli romani. 

Il segretario nazionale di “Indipendenza!”, Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, già ministro e promotore del comitato “Fermare la guerra”, ritorna a Palermo in concomitanza della fondazione del partito, avvenuta un anno fa a Roma e per il quale si terrà un evento il 30 novembre nella città capitolina. Alemanno, nell’ambito del convegno “Cambiamo la Sicilia per cambiare l’Italia”, che si svolgerà domani, venerdì 15 novembre, alle 10, presso l’Hotel Addaura, in via Cristoforo Colombo 4452 a Palermo, affronterà il tema e il percorso da individuare per la scelta del candidato di “Indipendenza!” alla carica di Presidente della Regione siciliana e sarà, anche, l’occasione per parlare dei futuri appuntamenti elettorali in Sicilia.

“La Sicilia è per noi un laboratorio di uomini e di idee – afferma il segretario di Indipendenza! Gianni Alemanno – per una politica che non sia più suddita, ma che colga, attraverso il sovranismo sociale, l’occasione per riscattarsi. L’obiettivo, dunque, è rappresentare con concretezza e su temi chiari, quali il no alle guerre, i massacri in Medio Oriente e i vincoli capestro dell’Unione europea, un modello di speranza per tutti coloro che sono delusi dalla politica e che vediamo, ogni giorno, avvicinarsi a noi. I siciliani hanno diritto ad un futuro che li veda protagonisti non ad operazioni propagandistiche come quella del ponte di Messina, inutile, costosa e priva di logica, ma ad un cambiamento reale che favorisca lo sviluppo economico e sociale della loro terra, lontano dai soliti interessi clientelari”.

 All’incontro, che vedrà svolgere anche una sessione pomeridiana, alla quale parteciperà l’assemblea dei dirigenti siciliani del movimento e che sarà momento di dibattito e di confronto, prenderanno parte i coordinatori regionali, Felice Coppolino (Sicilia occidentale) e Salvo Pace (Sicilia orientale) e diverse delegazioni di “Indipendenza!”, provenienti da varie parti dell’isola. Saranno presenti, anche, Fabio Granata, componente dell’esecutivo nazionale del movimento e responsabile del dipartimento cultura e legalità e Nicola Cristaldi, già presidente dell’Ars, sindaco di Mazara del Vallo dal 2009 al 2019 e candidato primo cittadino nell’ultima tornata elettorale di Mazara.

 

Non poteva che essere il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a rimandare al mittente l’inaccettabile “cartolina” con la quale Elon Musk aveva tentato, forse per provocazione o forse per arroganza, di affermare il proprio delirio di onnipotenza alla conte Tacchia: “io sono io e voi non siete un c…o”. Poche parole, quelle di Mattarella, semplici ma forti come quegli  schiaffoni che si danno al proprio pargolo che l’ha fatta davvero grossa. Frasi pubblicate, non a caso sul profilo ufficiale del Quirinale del social X di Musk, che fanno la differenza nel totale silenzio di tutto l’arco istituzionale di maggioranza.

“L’Italia è un grande Paese democratico e devo ribadire, con le parole adoperate in altra occasione, il 7 ottobre 2022, che sa badare a se stessa nel rispetto della sua Costituzione. Chiunque, particolarmente se, come annunziato, in procinto di assumere un importante ruolo di governo in un Paese amico e alleato, deve rispettarne la sovranità e non può attribuirsi il compito di impartirle prescrizioni”. 

Queste le parole di Mattarella che suonano, in modo inequivocabile, come una netta difesa alla costituzione italiana, all’autonomia del nostro Paese e della nostra magistratura, ma anche all’ingerenza su un paese sovrano. Così come il silenzio che ha tanto irritato Mattarella sia da parte del governo, che dei leader dei partiti di maggioranza e di tutto il centrodestra. In particolare di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

La querelle, di cui ieri abbiamo parlato in questo articolo (clicca qui per leggerlo), è figlia di un atteggiamento al quale Musk ci ha abituati, ovviamente in senso negativo. E poi ancora decisamente incisivo e galvanizzato alla luce della vittoria di Donald Trump, per la quale lo stesso ceo di Tesla si è giocato tutte le carte. Ma la vera anomalia è che, al di là della rappresentazione delle parole di Musk, che poi non incide per fortuna sulla sovranità del nostro paese, così come sulla nostra costituzione, ci si aspettava da parte di tutti un gioco di squadra. Invece, sembra proprio che la tanto paventata sovranità popolare o nazionale, sbandierata da sempre da Meloni & co, sia soltanto uno specchietto per le allodole quando in ballo ci sono i miliardi che Musk vuole investire in Italia. E qui che per fortuna c’è Sergione a ricordarci che siamo il paese culla della cultura, della scienza, del turismo, dell’arte, del così tanto vituperato “made in Italy” e potrei continuare. Un Paese che viene “umiliato” da un miliardario, il quale crede che sia il denaro a poter fare la differenza con l’aggravante di voler decidere se mandare via un magistrato.

Quindi alla fine Sergio Mattarella sempre e, comunque, “uno di noi”. Un italiano che ha atteso 24 ore e con una “leggerezza pesantissima” ha dato una lezione di altissimo spessore istituzionale, che questa classe politica da “circo Barnum”, non riuscirebbe a porre in essere neanche se governasse per 100 anni. E se la vogliamo dire tutta la vera preoccupazione è il dopo Sergione, quando avverrà, ossia il diluvio.

 

 

Il silenzio imbarazzante di Giorgia Meloni alle parole di Elon Musk, che attacca frontalmente i giudici italiani, rispondendo ad un post su X, traccia la linea ben definita del nuovo corso mondiale e, di fatto, emargina ancora di più il nostro paese ormai colonia di questo o di qualsiasi altro Paese. Altro che sovranità nazionale tanto sbandierata dalla premier. Qui siamo di fronte ad un’ingerenza su un potere autonomo dello Stato, di cui (vedi Csm) il presidente della Repubblica Mattarella ne è capo supremo. Quindi, un attacco anche alla prima carica dello Stato nella genuflessione più assoluta di una classe politica italiana ormai piegata a chi dà le carte o al figurante di turno.

“Questi giudici devono andarsene” (These judges need to go). Così Elon Musk su X ha commentato un post di un utente che riporta la notizia della sospensione della convalida del trattenimento per sette migranti decisa dalla sezione immigrazione del Tribunale di Roma che si è anche rimesso alla Corte Ue.

Tutto nasce dalla decisione dei giudici italiani all’ennesimo rimpatrio dei migranti dall’Albania che, a dire del magistrato Andrea Natale della sezione Protezione Internazionale di Torino, trattasi di una “scelta del tribunale di Roma che non sorprende affatto. La Corte di giustizia europea ha detto chiaramente che alla luce della normativa Ue il giudice ha il dovere, il potere e la responsabilità di decidere se un Paese sia sicuro”.

Quindi tutto legittimo, ma ovviamente contro la narrazione di chi ha costruito una politica contro i migranti, utilizzandoli come arma di distrazione di massa. Se vediamo (basta leggere ciò che abbiamo scritto – clicca qui) come l’Italia si sia ridotta: famiglie sempre più povere e indebitate. Il 13 per cento arriva a fine mese con grandi difficoltà, possiamo immaginare che i problemi di casa nostra sono ormai diventati un optional.

La premier, che in modo palese si è mostrata in pubblico con il fondatore di Tesla paventando “affari che riguardano il governo italiano e lo stesso Musk” (vedi patto segreto per i satelliti svelato dall’inchiesta Sogei), è la cartina di tornasole, dunque, di questo mutismo. Proprio adesso che al potere negli Usa è arrivato Donald Trump, di cui ricordiamo Elon Musk è uno, se non l’unico grande finanziatore economico della campagna elettorale. Quindi si evidenzia un tema delicato che tocca diversi piani: quello politico, giudiziario e conseguentemente il dibattito sulla gestione dei migranti.

Infatti, l’accordo Albania-Italia, che prevede il trasferimento di migranti in centri di accoglienza nella stessa Albania, ha sollevando aspre critiche da parte di attivisti e opposizione, che lo considerano una delega dei propri doveri internazionali. La posizione ferma di Meloni sul tema migratorio sembra volere soddisfare la base elettorale, ma rischia di sollevare nuove tensioni sul piano internazionale, soprattutto se associata a critiche come quelle di Musk che, in questi termini, risultano essere inaccettabili per qualsiasi paese si definisca autorevole e democratico.

E possiamo anche immaginare l’insofferenza del Capo dello Stato, che proprio in questi giorni si è recato in Cina per ricucire quello strappo causato dalla rottura, ad insediamento avvenuto del governo Meloni, della “Via della Seta”. Un ruolo da “Penelope” di Mattarella, svilito da una compagine governativa che guardando soltanto al consenso, per paura di perderlo, rischia di finire in un cono d’ombra in un Paese, ricordiamolo sempre, dove parte degli italiani, quelli non fortunati, hanno serie difficoltà a mettere il pranzo con la cena.

(fonto foto Il Gazzettino)

 

 

 

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Matteo Renzi ha attaccato duramente il governo di Giorgia Meloni, accusandolo di basare la propria azione politica su campagne mediatiche, senza produrre risultati concreti. Renzi, leader di Italia Viva ed ex Presidente del Consiglio, ha descritto l’operato del governo come una serie di “spot” e ha criticato la premier per quella che ha definito una politica di facciata, priva di riforme reali per il Paese. Tuttavia, nel corso dell’intervista, Renzi ha anche rivolto il suo sguardo alla magistratura, annunciando un esposto alla Corte dei Conti.

Riguardo al governo Meloni, Renzi ha sottolineato che, secondo lui, l’esecutivo è più impegnato a comunicare un’immagine di efficienza che a mettere in pratica soluzioni efficaci. “Meloni fa solo spot”, ha dichiarato, evidenziando che molte delle iniziative promosse dal governo, dai temi economici alla gestione dell’immigrazione, si riducono a slogan mediatici senza portare a veri cambiamenti.

Oltre a criticare l’azione governativa, Renzi ha affrontato il tema delle comunicazioni informali tra magistrati, che negli ultimi anni hanno scatenato diversi dibattiti pubblici, soprattutto in seguito alla diffusione di chat private tra toghe. “Le toghe la smettano con il vizio della chat”, ha affermato Renzi, facendo riferimento alla prassi di magistrati di scambiarsi messaggi privati in cui si discutono questioni giudiziarie, una prassi che, secondo il leader di Italia Viva, rischia di compromettere l’immagine di imparzialità e trasparenza del sistema giudiziario italiano.

Renzi ha poi fatto un annuncio importante, dichiarando l’intenzione di presentare un esposto alla Corte dei Conti. La mossa sembra collegata alla gestione delle risorse pubbliche da parte del governo e, in particolare, a progetti che Renzi ritiene poco trasparenti o inefficienti. Sebbene non abbia fornito dettagli specifici sul contenuto dell’esposto, è chiaro che Renzi intende sfidare legalmente il governo su alcune delle sue iniziative finanziarie, puntando il dito contro possibili irregolarità nell’uso dei fondi pubblici.

Questo annuncio segna un nuovo capitolo nel conflitto tra Renzi e la maggioranza di centrodestra, in particolare Meloni. Renzi, che in passato ha subito indagini giudiziarie che hanno fortemente influenzato la sua carriera politica, ha ribadito la necessità di una magistratura più responsabile e meno influenzata da dinamiche interne. Il suo richiamo a una maggiore trasparenza, sia a livello politico che giudiziario, riflette il suo continuo tentativo di ritagliarsi un ruolo di “riformatore” della politica italiana, al di fuori delle dinamiche tradizionali dei partiti.

Le parole di Renzi, e l’annuncio dell’esposto, hanno inevitabilmente attirato l’attenzione dei media e del mondo politico, in un momento di forte tensione tra governo e opposizione. La sfida lanciata dal leader di Italia Viva, sia al governo Meloni che alla magistratura, promette di alimentare ulteriormente il dibattito su temi cruciali come la giustizia, la trasparenza nell’amministrazione e l’efficacia delle politiche governative.

Resta da vedere come si evolverà la situazione, ma l’esposto alla Corte dei Conti potrebbe aprire un nuovo fronte di scontro politico e legale per il governo, aggiungendo ulteriori complessità all’attuale clima politico già teso.

(fonte foto copertina agenzia Dire)

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta con un video pubblicato sulla sua pagina Facebook, per rispondere alle recenti critiche sulla legge di bilancio in corso di definizione. Nel video, Meloni ha difeso il suo operato, smentendo con fermezza le accuse secondo cui il governo stia pianificando di introdurre nuove imposte. «È falso che vogliamo introdurre nuove tasse – ha dichiarato Meloni – noi, semmai, le stiamo abbassando».

Le Critiche alla Manovra Finanziaria

Negli ultimi giorni, la bozza della manovra finanziaria ha sollevato un acceso dibattito, con molteplici esponenti politici e commentatori che hanno espresso preoccupazione su possibili aumenti fiscali. L’opposizione ha accusato il governo di voler imporre nuove tasse per far fronte alle esigenze di bilancio, in particolare per coprire le spese necessarie a sostenere misure di welfare e sviluppo economico. La questione è stata sollevata anche da diversi media, alimentando una narrazione che, secondo Meloni, distorce la realtà dei fatti.

La Replica di Meloni

Nel video, la Premier ha sottolineato che il governo sta lavorando per mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale, ribadendo l’impegno a ridurre il carico fiscale su famiglie e imprese. «Abbiamo sempre detto che vogliamo favorire la crescita e la competitività dell’Italia, non appesantendo ulteriormente i cittadini e questo è ciò che stiamo facendo con la manovra attuale».

Meloni ha poi fatto un elenco delle misure previste nel documento finanziario che andrebbero nella direzione opposta rispetto a quanto denunciato dall’opposizione. Tra queste, il taglio del cuneo fiscale per i redditi medio-bassi e l’eliminazione di alcuni balzelli considerati iniqui. «Abbassare le tasse non significa solo ridurre le aliquote, ma anche eliminare quelle voci che rendono il nostro sistema fiscale opprimente», ha aggiunto.

Le Misure Contenute nella Manovra

Tra le misure che il governo intende introdurre nella nuova legge di bilancio, Meloni ha citato:

– Taglio del cuneo fiscale: previsto un ulteriore sgravio per i redditi inferiori ai 35.000 euro annui, volto a favorire l’incremento del potere d’acquisto e stimolare i consumi interni.
– Semplificazione fiscale per le imprese: nuove norme per ridurre la burocrazia fiscale e facilitare il pagamento delle imposte da parte delle PMI.
– Abolizione di micro-tasse: eliminazione di piccole imposte e balzelli che spesso complicano la vita a cittadini e aziende senza generare un reale beneficio per l’erario.

Le reazioni dell’opposizione

Nonostante le rassicurazioni del Presidente del Consiglio, le reazioni all’annuncio non si sono fatte attendere. Le opposizioni sostengono che le misure proposte non siano sufficienti per far fronte alle sfide economiche che il paese sta affrontando, e che alcune delle proposte potrebbero, in realtà, gravare sui conti pubblici nel medio-lungo termine. Alcuni analisti hanno sottolineato che la riduzione delle tasse deve essere accompagnata da una strategia di sviluppo chiara e sostenibile, per evitare di incrementare il debito pubblico.

Il video di Giorgia Meloni, (clicca qui per vederlo), rappresenta un tentativo di smorzare le polemiche e rassicurare i cittadini sulle intenzioni del governo in merito alla legge di bilancio. Tuttavia, la questione resta aperta e continuerà a essere oggetto di dibattito nelle prossime settimane, soprattutto alla luce dei confronti che seguiranno in Parlamento. Sarà necessario attendere l’approvazione definitiva della manovra per comprendere realmente l’impatto delle misure annunciate e verificare se il governo riuscirà a mantenere la promessa di ridurre il carico fiscale senza compromettere la stabilità economica del Paese.

(fonte foto La Stampa)

Era assolutamente un’elezione scontata. Diciamo giocata a tavolino anche di fronte l’ombra dell’inchiesta sui vaccini, che era piombata ieri sulla presidente della Commissione Ue. Dunque, Ursula Von der Leyen è nuovamente al comando in Europa, soprattutto grazie ai voti dei Verdi, ma con il vento contrario “dell’amica” Meloni, che ha dovuto piegarsi ai diktat interni del suo partito. La presidente del consiglio italiano avrebbe sicuramente gradito una posizione di forza, con un voto favorevole, ma è stata costretta a dire no per non far implodere il suo giocattolo.

Sono stati 401 i voti a favore, 284 i contrari e 15 gli astenuti. Sette le schede nulle. I votanti 707. La maggioranza minima richiesta per l’elezione era 360. Gli europarlamentari di Fdi hanno votato contro Ursula Von der Leyen. “Le scelte fatte in questi giorni, la piattaforma politica, la ricerca di un consenso a sinistra fino ai Verdi hanno reso impossibile il nostro sostegno a riconferma della presidente Ursula von der Leyen”. A dirlo è stato il capodelegazione di Fdi all’Eurocamera Carlo Fidanza sottolineando che con la rielezione “non viene dato seguito al forte messaggio di cambiamento uscito dalle urne del 9 giugno”.

“Questo non pregiudica il nostro rapporto di lavoro istituzionale ha aggiunto l’esponente di FdIche siamo certi possa portare alla definizione di un ruolo adeguato in seno alla prossima commissione che l’Italia merita”.

Il voto a favore dei Verdi è stato decisivo per il bis di von der Leyen. E’ quanto emerge da una prima analisi del numero dei voti. La tedesca ha incassato 401 consensi, superando ampiamente la soglia necessaria dei 360. Con l’annunciato sostegno dei Greens, la maggioranza su cui poteva contare con Popolari, Socialisti e Liberali avrebbe raggiunto la quota teorica di 454 voti. Sulla carta i franchi tiratori risultano quindi oltre 50. Dunque, il voto a favore dei Verdi è stato decisivo per il bis di Ursula von der Leyen.

Altri 5 anni. Non so come esprimere quanto sono grata per la fiducia di tutti gli eurodeputati che hanno votato per me”, ha scritto Ursula von der Leyen su X dopo aver ottenuto il bis alla guida della Commissione europea. Poi in conferenza stampa: “L’altra volta ho avuto 8 voti sopra la maggioranza, questa volta 41: è molto meglio. E lancia anche un messaggio di fiducia e testimonia il lavoro che abbiamo fatto insieme al Parlamento”. “Noi abbiamo lavorato per una maggioranza democratica, per un centro pro-Ue. E alla fine mi ha sostenuto. Credo che il nostro approccio è stato corretto”, ha detto ancora la presidente della Commissione rispondendo a chi gli chiedeva se il voto contrario di Fratelli d’Italia non abbia mostrato che poteva essere messo in campo un approccio diverso.

Congratulazioni von der Leyen! Fieri del grande lavoro di squadra del Ppe per sostenere la tua conferma alla guida della Commissione europea – ha scritto su X il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani -. Conta sempre su Forza Italia per costruire un’Europa più competitiva, più sicura e portatrice di pace”. Per il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, la rielezione di Ursula von der Leyen è “un chiaro segno della nostra capacità di agire” nell’Ue.

“Per noi votare a favore di von der Leyen avrebbe significato andare contro ad alcuni dei nostri principi. Alcune tematiche ci hanno reso impossibile votare a favore”, ha detto l’eurodeputato di Fratelli d’Italia e co-presidente di Ecr, Nicola Procaccini, dopo il voto sulla riconferma della presidente della Commissione europea. “D’altra parte vogliamo avere un rapporto estremamente costruttivo”, ha aggiunto Procaccini, evidenziando che nel corso della legislatura “la partita si giocherà sui contenuti”.

“La conferma di Ursula Von der Leyen è una brutta notizia per i cittadini europei e per gli italiani in particolare, soprattutto per il pericoloso sostegno di sinistre ed eco-fanatici. Tradito il voto di milioni di elettori che chiedevano il cambiamento e che ora subiranno le scelte scellerate degli estremisti verdi”. Così una nota della Lega.

Un lungo applauso nell’emiciclo di Strasburgo ha seguito l’annuncio dei risultati del voto. In piedi gli eurodeputati di Verdi, Socialisti, Liberali e Popolari. Gelo dai Patrioti e dall’estrema destra. Seduti senza applaudire gli eurodeputati di Fratelli d’Italia.

(fonte Ansa e foto)