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L’antica cultura giapponese raccontata attraverso una miscellanea di antico e moderno, dove tradizioni ancestrali convivono in perfetto equilibrio con influenze contemporanee. Il Paese del Sol Levante, isolato per secoli dal resto del mondo, poggia le sue fondamenta su un insieme di valori che attribuiscono la massima importanza all’armonia sociale, al rispetto e all’educazione verso il prossimo. Infatti, non a caso la gentilezza dei giapponesi è famosa in tutto il mondo.

Il Giappone è custode di una cultura molto antica, le cui origini risalgono addirittura al 13.000 a.C. e tuttora influenzata dalla religione shintoista locale, dal buddismo e dal confucianesimo. Ma non è una terra che guarda solo al passato. Sebbene legata ai suoi usi e costumi tipici, è estremamente proiettata verso il futuro e l’avanguardia tecnologica. Ed è proprio questo incontro tra due mondi che rappresenta il cuore della cultura giapponese moderna, capace di rendere il Giappone un luogo affascinante e unico nel suo genere.

Il rito della cerimonia del tè

Per capire quali sono le caratteristiche della cultura giapponese c’è una parola che occorre assolutamente conoscere: omotenashi, ovvero “prendersi cura degli ospiti con tutto il cuore”. Il termine è un microcosmo del Paese stesso, che rappresenta la mentalità giapponese dell’ospitalità incentrata sulla cura piuttosto che sull’aspettativa. Girovagando per il il Paese del Sol Levante sarà normale avere a che fare con sorrisi e inchini (più profondo è l’inchino, maggiore è il rispetto che si prova per l’altra persona), specialmente in occasione di esperienze culturali come i ryokan (locande in stile giapponese), kaiseki (banchetto giapponese) e sado (cerimonia del tè). L’ omotenashi incarna l’essenza dell’accoglienza tipica giapponese che punta a garantire la migliore esperienza possibile per l’ospite. Questo incredibile senso di ospitalità inizia ad ogni porta. Quando entrate nei negozi o nei ristoranti, aspettatevi di sentire il caloroso benvenuto in giapponese: “Irasshaimase”. Un educato cenno del capo o un sorriso è tutto ciò che dovete offrire in cambio.

Tipica accoglienza giapponese (omotenashi) 

Sebbene lo stile di vita giapponese sia stato occidentalizzato di recente, i giapponesi fanno ancora tutto il possibile per preservare il loro ricco patrimonio culturale praticando la cerimonia del tè, indossando kimono e studiando arti e mestieri tradizionali fin dalla prima infanzia.

L’arte giapponese di disporre i fiori, detta kado, o, come è più comunemente nota, ikebana, implica un calcolo meticoloso e un profondo senso artistico. Ikebana significa letteralmente “rendere vivi i fiori” o “dare vita ai fiori”. Durante il periodo Heian, i sacerdoti che si occupavano della sistemazione degli altari erano chiamati ikebono e sono i primi maestri conosciuti ad aver sviluppato il modo migliore di disporre i fiori. L’ikebana ha regole basilari influenzate dalla semplicità e dal minimalismo del buddismo. C’è anche un aspetto spirituale coinvolto quando si sente la connessione con la natura nell’atto, fornendo relax per il corpo, la mente e l’anima. L’arte di creare un “mondo” o una “storia” all’interno dell’opera è straordinariamente profonda, ed è qui che risiede il fascino dell’ikebana.

L’arte giapponese di disporre i fiori (Ikebana)

La cerimonia del tè giapponese consiste nel preparare e bere il tè matcha in modo cerimoniale utilizzando utensili tradizionali. Un rito raccontato in moltissimi libri in Giappone, che va ben oltre il semplice consumo della bevanda, in quanto segue un codice di comportamento molto preciso. Lo scopo della cerimonia del tè giapponese è infatti creare un legame tra il padrone di casa e l’ospite ma anche ottenere un momento di pace interiore nella frenetica vita quotidiana. Durante la cerimonia, infatti, i partecipanti praticano silenzio, rispetto, consapevolezza e purificazione simbolica: obiettivi che vengono raggiunti anche durante la realizzazione e la contemplazione dei tipici giardini Zen giapponesi. Sebbene alcuni giapponesi ad oggi eseguano la cerimonia del tè solo come un hobby, la maggior parte delle persone la considera ancora una forma di arte tradizionale, conosciuta come l’arte del tè.

L’arte giapponese del Kimono

L’indumento tradizionale giapponese è il kimono, caratterizzato da maniche ampie e lunghe per far passare il vento e raffreddare il corpo nei caldi giorni d’estate. Realizzato tradizionalmente in seta e indossato da oltre 1000 anni, ogni kimono presenta un motivo ispirato ai simboli della cultura giapponese. Qualche esempio? Le gru rappresentano la longevità, i pini simboleggiano il nuovo anno, mentre il fiore di crisantemo indica la famiglia imperiale. Consiglio: per chi ha voglia di portare un pizzico di oriente nella propria vita, il kimono rappresenta certamente un capo super versatile da tenere sempre nell’armadio.

(fonte Elle.com)

“L’Impero delle luci” di Renè Magritte battuto da Sotheby’s

Un vero e proprio record, quello della vendita dell’opera “L’Impero delle luci” del grande pittore Renè Magritte per 71,5 milioni di euro. L’iconico paesaggio è stato battuto all’asta da Sotheby’s, stabilendo il nuovo record per un’opera del maestro del Surrealismo. Al tempo stesso ha conquistato anche il primato del dipinto di maggior valore mai venduto all’asta in Europa.

Il precedente record per un Magritte era di 26.830.500 di dollari (circa 23 milioni di euro) per il dipinto “Le Principe du plaisir”, un ritratto di Edward James del 1937, venduto da Sotheby’s a New York nel 2018.

“L’impero delle luci” fu dipinto nel 1961 per la baronessa Anne-Marie Gillion Crowet, la figlia del mecenate dell’artista, il collezionista belga Pierre Crowet, e da allora è sempre rimasto nella raccolta di famiglia. Il soggetto potrebbe essere stato ispirato dalla poesia “L’Aigrette” di André Breton, che Magritte conosceva bene, con il verso che apre: “Si seulement il faisait du soleil cette nuit” (“Se solo il sole uscisse stasera”). La combinazione inquietante di una strada buia e notturna sotto un cielo blu brillante è tipica dell’inquietante immaginario surrealista di Magritte.

Esposto in tutto il mondo a Bruxelles, Roma, Parigi, Vienna, Milano, Seoul, Edimburgo e San Francisco, il dipinto “L’empire des lumières” è stato recentemente in prestito al Musée Magritte di Bruxelles dal 2009 al 2020, circondato dalla più bella collezione di dipinti dell’artista al mondo.

Il pittore Renè Magritte (1898 – 1967)

Magritte iniziò a lavorare per la prima volta su una versione di questo soggetto nel 1948, tornando sull’idea numerose volte nel decennio successivo, reimmaginando e arricchendo accuratamente ogni nuova composizione. Il gruppo risultante di diciassette oli, intitolato “L’empire des lumières”, costituisce l’unico vero tentativo di Magritte di creare una “serie” all’interno della sua opera. I dipinti si sono evoluti nel tempo pur continuando a parlare l’uno con l’altro, proprio come le notti stellate di Vincent van Gogh e le ninfee di Claude Monet.

La serie fu un successo immediato sia per il pubblico che per i collezionisti, con la prima versione acquistata da Nelson Rockefeller ed esemplari ora conservati nella Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, il Museum of Modern Art di New York, The Menil Collection di Houston e il Royal Museums of Fine Arts di Bruxelles.

(fonte adnkronos – foto Magritte: dueminutidiarte.com)

Giovane donna con cappello piumato, 1534-1536 circa (opera di Tiziano Vecellio)

“Quando un proprietario chiede la restituzione delle proprie opere mi pare evidente che queste debbano essere restituite”. Chiude così nel nascere, ogni ipotetica polemica, il ministro della Cultura, Dario Franceschini, che ha risposto alla richiesta della Russia di riavere indietro tutte le opere prestate alle Gallerie D’Italia e a Palazzo Reale.

Nella lettera inviata dal direttore del museo di San Pietroburgo, a Domenico Paraina, direttore del Palazzo Reale a Milano e al presidente di Skira editore, Massimo Vitta Zelman era stata chiara la richiesta dei capolavori prestati per la mostra di Tiziano.

“Sulla base della decisione del ministero russo della Cultura, tutti i prestiti in essere devono essere restituiti dall’estero alla Russia e l’Ermitage è un museo statale che dipende dal ministero della Cultura”, viene scritto nella domanda ufficiale. A rispondere poche ore dopo il ministro della Cultura italiano: “Il ministero non ha competenze in materia, si tratta di mostre organizzate dal Comune di Milano e dalle Gallerie d’Italia ma mi pare evidente che a richiesta fatta bisogna rispondere con la restituzione ai proprietari“.

(fonte open.online)

Uno dei capolavori del cinema mondiale torna come nuovo nelle sale nonostante sia passato mezzo secolo dal debutto al cinema. “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, di cui Hollywood celebra il 15 marzo il 50esimo anniversario, è uscito questo fine settimana in una nuova edizione meticolosamente restaurata che ha cancellato macchie, graffi, strappi e altre usure provocate dal passare del tempo.

 In Italia dal 28 febbraio al 2 marzo nelle sale. L’obiettivo del progetto, ha detto Coppola al ‘New York Times’ in una delle tante interviste che hanno accompagnato le ‘nozze d’oro’, era di riportare il film tre volte premio Oscar allo stato del suo primo ‘red carpet’ senza necessariamente rovinarne il famoso aspetto “dark”. Per il regista, quel film sull’ascesa e la caduta della famiglia Corleone resta uno dei più amati della sua lunga carriera: “No, mai”, ha risposto Coppola quando gli è stato chiesto se, nell’ultimo mezzo secolo, si è mai stancato di guardarlo.

L’italo-americano era all’epoca semi-sconosciuto: la scelta della Paramount, che aveva comprato i diritti del romanzo omonimo di Mario Puzo, cadde su di lui dopo una serie di ‘no’ eccellenti tra cui Sergio Leone, Sam Peckinpah, Peter Bogdanovich, Elia Kazan e il veterano dei gangster movie Arthur Penn. Fu quasi per disperazione e per ragioni economiche (costava poco) che la scelta alla fine cadde su Coppola che apparteneva alla generazione dei “nuovi leoni” come George Lucas e Martin Scorsese. Il regista accettò, a patto di avere con sè Marlon Brando e Al Pacino. “Dovete capire, da cineasta, non sapevo veramente come fare ‘Godfather’. Ho imparato a fare ‘Godfather’ facendolo”, ha detto al ‘New York Times’.

“Il Padrino” è forse il solo film campione di incassi al box-office ad essere premiato agli Oscar, mentre la franchise (ne fanno parte due sequel e un ‘director’s cut’ intitolato “Coda” della tanto vituperata ‘Parte Terza’) e’ l’unica ad aver ricevuto la statuetta per “Best Film” per le sue prima e la seconda parte. Battute del copione scritto da Coppola e Puzo tra cui “l’offerta che non si può rifiutare” e “lascia le pistole e porta i cannoli” sono entrate nel lessico globale assieme a termini come “consigliori”, “mandamento”, “picciotto” che anni dopo le rivelazioni ai maxi-processi di mafia rivelarono reali.
 E poi la musica di Nino Rota, le ombre della cinematografia di Gordon Willis ricostruita in quasi 5 mila ore in laboratorio di restauro e la revisione di ogni fotogramma.

“La Paramount era impreparata per il successo: improvvisamente si trovarono a doverlo proiettare a New York in cinque cinema contemporaneamente perchè c’era tanta richiesta e poi in tante sale in tutto il mondo”, ha spiegato il regista: “Ma anzichè pensare a preservare il negativo originale, lo logorarono usandolo per ricavarne tante copie. E a forza di essere usate, le copie cominciarono a non esser più come avrebbe dovuto essere il film”.

(fonte agenzia Ansa)

Sfruttare al meglio i quasi cinque miliardi che arriveranno dal piano europeo del Recovery per la Cultura puntando, soprattutto, sulla digitalizzazione e sullo sviluppo delle piattaforme web, per consentire a tutti di fruire dell’immenso patrimonio artistico italiano ma anche una maggiore integrazione tra le risorse messe in campo dalle amministrazioni pubbliche e gli interventi dei privati che possono offrire un valore aggiunto alla ripartenza di un settore che ha risentito fortemente delle difficoltà provocate dalla pandemia.

Un’impostazione che ha visto d’accordo i politici e le personalità del mondo religioso e della cultura che hanno partecipato ad “Agorà della Cultura”, l’evento promosso dall’associazione Amici dei Musei Siciliani con il patrocinio gratuito della Regione Siciliana e dell’Anica, organizzato da View Point Strategy al complesso monumentale di San Domenico di Palermo.

“Il Pnrr è una grande sfida ed è necessario investire nella cultura che in Italia produce il 15 per cento del Pil. Il nostro obiettivo è di garantire una migliore fruibilità e accessibilità per i nostri siti ma anche di destinare una parte di questi investimenti ai teatri, al mondo del cinema e dell’audiovisivo e ai musei, oltre che calibrare gli interventi a favore della Sicilia e degli altri territori”, ha detto Vito D’Adamo, capo della segreteria particolare del Sottosegretario ai Beni Culturali, Lucia Borgonzoni, intervenuto in audio all’inizio del convegno.

Il presidente degli Amici dei Musei Siciliani Bernardo Tortorici, ha raccontato la sua esperienza e di come la cultura è ripartita nonostante l’emergenza sanitaria: “Abbiamo organizzato la seconda edizione di Restart, una manifestazione che ha aperto i siti culturali più importanti di Palermo, dimostrando che si può ricominciare anche se nel 2020 la contrazione generale dei consumi culturali è stata del 50 per cento”.

Un altro tema è stato quello dell’innovazione digitale, ormai indispensabile per consentire a tutti – da casa propria e da ogni parte del mondo – di visitare i musei, i monumenti e di ammirare le opere d’arte più importanti con un semplice click. “Negli ultimi cinque anni abbiamo investito molto in questo settore – ha spiegato Salvatore Turrisi, presidente e amministratore dell’azienda siciliana di telecomunicazioni Sielte – il lockdown ha costretto tanti cittadini ad utilizzare le piattaforme sul web e abbiamo capito si possono fornire servizi, come ad esempio il tour virtuale dei musei o la didattica a distanza utilizzata nelle scuole. La rete ha retto ma adesso bisogna pianificare il futuro addestrando tutti a usare l’online e migliorando le infrastrutture”.

Particolarmente interessante la tavola rotonda “Cultura e Turismo: binomio per rilanciare il Paese”, moderata dal giornalista Pietrangelo Buttafuoco, a cui hanno preso parte l’assessore regionale ai Beni Culturali della Sicilia, Alberto Samonà, Giorgia Latini (Marche), Paola Agabiti (Umbria), Stefano Bruno Galli (Lombardia) e Umberto Croppi, direttore generale di Federculture ed ex assessore alla Cultura del Comune di Roma e il critico d’arte Vittorio Sgarbi con il suo punto di vista controcorrente sulla Sicilia e con l’invito a ricostruire il tempio G di Selinunte: “Avevo proposto un cantiere internazionale per far rinascere il tempio G: purtroppo la Sicilia ha tantissimi tesori ma non riesce a comunicarli, è un gap che si deve superare per competere con altri Paesi che magari hanno meno da offrire ma che riescono sempre a far parlare di loro”.

L’assessore Samonà durante il confronto con i colleghi delle altre regioni ha sostenuto che “cultura e business non sono in contraddizione, a patto che l’offerta culturale parta dall’affermazione della nostra Identità: è giusto investire nelle dinamiche digitali ma spingiamo affinché le visite avvengano in presenza”. Nelle Marche l’assessore Latini ha annunciato “la prossima candidatura all’Unesco per il grande numero di teatri presenti nel nostro territorio” mentre l’assessore Agabiti ha spiegato che “l’offerta culturale dell’Umbria propone grandi eventi, la valorizzazione dei piccoli borghi e dei paesaggi naturalisti”. In Lombardia il 41 per cento degli investimenti “arriva da istituzioni private – ha puntualizzato l’assessore Galli – crediamo molto nelle imprese culturali creative che contano già 365mila operatori”. Per il presidente di Federculture e della Quadriennale d’Arte di Roma “il mondo della cultura ha bisogno di capacità manageriali – ha detto Croppi – e della formazione delle risorse umane, fattori che poi contribuiscono al ritorno economico”.

La giornata è stata aperta dal docente dell’Università Lumsa, Don Gianni Fusco, che ha introdotto i lavori parlando del concetto di bellezza e della sua relazione con le varie religioni mentre la chiusura della prima parte è stata affidata alla lectio magistralis di Giuseppe Savagnone, direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della cultura di Palermo.

“WAAG We Are All Greeks! – Είμαστε όλοι Έλληνες!” è il progetto artistico che vedrà coinvolte la Sicilia e la Grecia, e che sarà inaugurato il 14 maggio al Museo della Cultura Bizantina di Salonicco, per proseguire in autunno a Palermo, al Museo Regionale di Arte Moderna e Contemporanea, Belmonte Riso. Due terre unite dalla cultura e dalla storia, oltre che da un comune destino mediterraneo. La mostra, dedicata al bicentenario della lotta greca per l’indipendenza, è stata curata da Francesco Piazza e ideata da Vassilis Karampatsas.

Il titolo, ispirato ai versi del poema Hellas di Percy Bysshe Shelley, vuole ricordare gli eventi che nel 1821 scossero le coscienze di tutta l’Europa unendole, in una spinta ideale, a sostegno del popolo greco nella conquista dell’indipendenza dagli ottomani. “We are all Greeks!” è un progetto che riconosce la pregnanza dell’influsso greco nella cultura occidentale e, in particolare di quella dell’Italia meridionale e della Sicilia.

La mostra, organizzata dalla “Comunità Ellenica Siciliana – Trinacria” di Palermo con la collaborazione del Museo della Cultura Bizantina di Salonicco e il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Palazzo Riso, ha ricevuto il sostegno della Commissione “Greece 2021”, dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene e della Regione Siciliana, attraverso l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana.

“La mostra” – spieganoFrancesco Piazza e Vassilis Karampatsas – il cui titolo è ispirato ai versi del poema Hellas di Percy Bysshe Shelley, “Le nostre leggi, la nostra letteratura, la nostra religione, le nostre arti hanno la loro radice in Grecia”, vuole esaltare e ricordare la spinta ideale che scosse le coscienze di chi credeva nell’indipendenza greca e ha lottato per essa sacrificando anche la propria vita, portando al processo di liberazione del popolo greco e gettando le basi per la costruzione del concetto di Europa come Nazione”.

La spinta internazionale in favore dei Greci – sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’identità siciliana, Alberto Samonà – conobbe momenti di grande partecipazione nel nome di un’Europa quale Nazione, accomunata da vincoli di solidarietà profondi e da una comune storia plurimillenaria. La Sicilia e la Grecia – evidenzia ancora l’assessore Samonà – sono da sempre legate da un’antica relazione di comunanza ideale e storica che passa attraverso molteplici espressioni dell’arte, della letteratura, dell’architettura. La mostra che mette in relazione artisti dei due Paesi è una testimonianza della vitalità degli scambi tra Italia e Grecia, oltre che un’opportunità per rilanciare in chiave contemporanea un legame antico che lega i due popoli”.

La lotta per l’Indipendenza della Grecia vide, nel 1821, la ribellione del popolo greco contro il giogo ottomano che dominava da quattro secoli, durante la quale si verificarono episodi di grande violenza e crudeltà. Questa situazione sollevò un’ampia eco negli ambienti culturali e politici di tutta Europa e molti illustri intellettuali, come l’inglese George Gordon Byron e i patrioti italiani Santorre di Santarosa e Giuseppe Rosaroll, partirono per unirsi ai rivoluzionari greci in nome di un ideale comune di libertà. Il legame che in quegli anni l’Italia e altri stati europei instaurarono con la Grecia è ricco di testimonianze e rappresenta l‘incipit di questo progetto.

L’esposizione si snoderà attraverso un percorso su sette tappe, o temi: Bandiera, Sacrificio, Patria, Filellenismo, Eroi, Potere Politico, Libertà. Temi che saranno descritti storicamente in quadri sinottici, poesie o brani di discorsi politici e, artisticamente, saranno interpretati attraverso le opere di 15 artisti che fanno parte della nuova generazione dell’arte contemporanea italiana e greca. La Grecia è rappresentata dagli artisti Spyros Aggelopoulos, Manolis Anastasakos, Kiki Kolympari, Nikos Moschos, Giorgos Tansarlis, Stelios Faitakis, Georgia Fambris mentre per l’Italia sono presenti opere di Andrea Buglisi, Michele Ciacciofera, Giorgio Distefano, Emanuele Giuffrida, Filippo La Vaccara, Ignazio Cusimano Schifano, Max Serradifalco, William Marc Zanghi.

Gli artisti – osserva il curatore Francesco Piazza – hanno compiuto un lavoro interpretativo molto importante attualizzando ideali e contenuti propri della Rivoluzione e ponendo nuove domande su come questi ideali siano cambiati dopo 200 anni e quanti di essi siano ancora vivi nella coscienza di ciascuno di noi.” Il progetto si avvale della consulenza storica di Nikos Tompros, professore associato di Storia Politica presso l’Accademia Militare di Grecia ed è accompagnato da un catalogo edito dalla Serradifalco Edizioni, Palermo. In occasione della mostra saranno esposte per la prima volta due opere del pittore Theofilos Chatzimichaìl (1870-1934), artista che ha raccontato attraverso i suoi lavori episodi e personaggi della Rivoluzione greca; le opere fanno parte della collezione Aggelidakis. Il concept grafico, ispirato ai versi del poema di Shelley, è firmato da Visualya.com e ci immerge simbolicamente tra le tamerici dell’Egeo, quelle radici dalle quali trae linfa vitale, ancora oggi, tutta la cultura occidentale.

Inolte, in occasione dell’esposizione, Christos Ktistakis ha composto un brano dal titolo “Ελλάς 1821” ispirato al poema Hellas di Percy Bysshe Shelley per il coro femminile inDONNAtión del Conservatorio Comunale di Larissa, diretto dal Maestro Dimitris Ktistakis, professore Associato dell’Università dello Ionio, accompagnato al pianoforte da Froso Ktistaki.

La mostra ha il patrocinio del Ministero degli Esteri Greco – Segreteria Generale per i Greci all’estero e Diplomazia pubblica, dell’Ambasciata di Grecia a Roma, di Tempo Forte – accordo bilarerale Italia-Grecia, dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene, della Commissione Greece 2021, della Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, del Comune di Salonicco e della Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche in Italia.

Un progetto ispirato all’opera e alla figura dello scrittore e drammaturgo siciliano, Leonardo Sciascia, attraverso le riprese di un cortometraggio che si svolgerà nel prossimo mese di maggio tra Palermo e Racalmuto. Quest’ultima cittadina natia di Sciascia.

L’iniziativa è inserita nell’ambito del corso di regia promosso dalla scuola di cinema indipendente “Piano Focale” di Palermo, che prevede la realizzazione, da parte degli allievi, di 19 cortometraggi ispirati a diverse tematiche sociali e culturali. Il cortometraggio, scritto e diretto dal giornalista Fabio Bagnasco, in collaborazione con Filippa Gracioppo e Gaspare Buzzetta, è prodotto da Eikona film e cade in occasione del centenario della nascita dello scrittore siciliano celebrata dall’omonima fondazione con un ricco cartellone di eventi.

Si tratta di un racconto-fiaba calato in una atmosfera di realismo magico che, attraverso una modulazione narrativa lieve e fantastica, intende celebrare lo stupore infantile, la purezza dell’infanzia. Il cortometraggio sarà distribuito nelle principali piattaforme e nei festival nazionali e internazionali del cortometraggio. Il prodotto filmico si avvarrà delle musiche di Fabio Cinti, compositore già noto per diverse opere discografiche e per avere vinto il premio “Tenco” per la rilettura dell’album “La voce del padrone” di Franco Battiato.

E’ un vero e proprio appello quello lanciato sul suo profilo facebook dall’assessore regionale siciliano alla cultura, Albero Samonà al premier Giuseppe Conte.

“Il governo nazionale riapra immediatamente – si legge nel post – i teatri, i cinema e tutti i luoghi della cultura e modifichi il dpcm Conte nella parte in cui dispone la chiusura di bar e ristoranti alle ore 18, delle palestre, dei centri culturali e sportivi e delle piscine”.
“Un simile provvedimento, infatti, non tiene conto del fatto che non si può contrastare l’emergenza covid, condannando a morte centinaia di migliaia di attività e gettando nell’incertezza milioni di persone che adesso non sanno più cosa inventarsi per sopravvivere”.
“Per queste ragioni – aggiunge Samonà – il governo deve riaprire il confronto con le regioni, non relegandole a mere destinatarie di provvedimenti calati dall’alto, ma riconoscendone il loro ruolo di cerniere indispensabili con il Paese reale. Questo diventa improcrastinabile in quelle regioni autonome, proprio come la Sicilia, in cui vi è competenza concorrente con lo Stato in materia sanitaria”.

(fonte foto Corriere.it)

Un vademecum che descrive “metodi e strategie per interpretare la comunicazione altrui così da poter modulare nel modo più corretto la propria, svelando quali siano i comportamenti, le posture, la necessità di una piena consapevolezza di se stessi. Tutto questo per comunicare al meglio e raggiungere in modo strategico i propri obiettivi nella vita, così come instaurare le giuste relazioni nell’ambito sociale, di coppia, lavorativo e amicale”.

Si chiama “Comunicare è la chiave del tuo successo -Metodi e strategie per riuscirci al meglio” ed è l’ultima impresa di scrittura del palermitano Ugo Piazza, 48 anni, giornalista, specializzato in strategie di marketing della comunicazione e nell’interpretazione socio-politica della dialettica del linguaggio.

Il libro, che può essere acquistato al prezzo di 10 euro nelle edicole, in libreria e sul web, è disponibile anche sui circuiti nazionali Feltrinelli, ibis, Amazon. E’ pubblicato dalla casa editrice “Novantacento”. Nel testo l’autore analizza le dinamiche di comunicazione che ognuno di noi ormai automatizza, perdendo efficacia rispetto al raggiungimento degli obiettivi.

E’ un luogo da tempo abbandonato quello dell’ex deposito delle locomotive delle ferrovie dello Stato, in quella parte di piazza Europa a Catania, sul lungo mare di Ognina. Ed è proprio là che si vorrebbe dare vita ad un progetto architettonico ambizioso. “Un vero e proprio atto di riscatto culturale della città e del suo tessuto sociale e urbano”. Ad annunciarlo è l’ingegnere Francesco Nicolosi Fazio per una complessa idea architettonica che lui coltiva da quasi un ventennio: costruire, una accanto all’altra, una chiesa, una sinagoga e una moschea, insieme ai rispettivi istituti religiosi.

Il luogo dove nascerà la Moschea e la Sinagoga

“Intervenire in quest’area, bonificando un tratto del waterfront di Ognina che oggi interrompe bruscamente la vista del litorale della città – dice Nicolosi Fazio – significherebbe ridare dignità a una zona molto amata da cittadini e turisti, con un forte messaggio di rigenerazione urbana di luoghi simbolo che custodiscono la nostra identità»,

E per confermare la fattibilità dell’opera l’ingegnere e intellettuale catanese ha sottolineato la possibilità di “ricavare una parte dei finanziamenti dai fondi europei appositamente destinati ai progetti d’integrazione, ma soprattutto dalle risorse internazionali delle comunità religiose coinvolte. Non da ultimo, anche attraverso il prezioso strumento popolare del crowdfunding”.

Dal punto di vista pratico – ha aggiunto l’ingegnere – occorre acquistare il terreno di proprietà delle Ferrovie dello Stato, successivamente il recupero dell’area prevede interventi ad hoc sulle strutture già esistenti degli ex capannoni. Affinché il possibile diventi concreto è chiaramente è indispensabile l’appoggio politico dell’Amministrazione comunale”.

La presentazione del progetto a Catania

E il Comune di Catania ha manifestato il proprio interesse attraverso la presenza e le parole dell’assessore all’Urbanistica Alessandro Porto: “Condividiamo le proposte che come questa vanno nella direzione del bene collettivo» ha detto, confermando l’impegno preso dal componente della Commissione Urbanistica Salvo Di Salvo, sostenitore del progetto da lunga data: Ritengo che ci siano tutte le condizioni affinché la ‘Piazza delle Tre Culture’ possa trovare un proprio spazio all’interno del redigendo Piano regolatore generale di Catania. Mi assumo l’incarico di portare avanti la proposta perché si tratta di un’opera monumentale che può dare lustro al capoluogo etneo”.

La filosofia dell’accoglienza dell’altro, che sta alla base dell’idea di Nicolosi Fazio, ha accomunato i rappresentanti delle tre religioni coinvolte: l’imam di Sicilia e della moschea della Misericordia di Catania Kheit Abdel Hafid ha voluto sottolineare “la straordinaria capacità di dialogo che appartiene alla città”, mentre mons. Gaetano Zito e il rabbino Stefano Di Mauro hanno fatto pervenire il loro pensiero: “Non possiamo dimenticare – ha detto il rappresentante cristiano – che le nostre coste erano di passaggio nella navigazione tra Roma e il Medio Oriente, sia l’ebraismo, che il cristianesimo e l’Islam sono di fatto approdate nell’isola da qui”; mentre l’israelita ha ribadito come “da troppo tempo i popoli si fanno la guerra e sacrificano vite umane con la scusa di questa o quella religione che si crede l’unica degna di essere seguita”.

IL LUOGO INDIVIDUATO

Sorge su un promontorio lavico sul mar Jonio, cela anche una forte valenza evocativa nel toponimo della località individuata, “U Caitu”: è infatti l’unica denominazione di contrada urbana che a Catania ha conservato l’antica origine araba risalente a “al Cait”, la qualifica del comandante dell’esercito a cui, al tempo della dominazione araba, potevano assurgere anche uomini appartenenti a religioni diverse. Come quelli che s’incontrerebbero nella futura Piazza delle Tre Culture. Una nuova funzione che restituirebbe, dunque, a quel particolare luogo la sua storia, tramite un progetto di rigenerazione urbana che racchiude nella sua essenza una rinascita culturale di Catania, all’insegna dei principi di accoglienza, identità, convivenza pacifica, dove culto e cultura si uniscono per vincere il fondamentalismo e l’intolleranza.

IL PROGETTO

Il progetto di recupero prevede di aprire un varco verso oriente tra i 36 capannoni delle locomotive attualmente esistenti, disposti radialmente. Di questi, 12 verrebbero demoliti mentre i restanti 24 verrebbero accorpati e ristrutturati per formare i 6 edifici composti da 4 capannoni ciascuno e divisi in due corpi contrapposti. Gli ambienti destinati ai singoli istituti di cultura ospiteranno sale polifunzionali, sale per conferenza, biblioteche e uffici. 

Al centro della piazza, a pianta circolare, è prevista una scultura triangolare, simbolo delle tre religioni-culture ma anche della forma della Trinacria. Infine, due grandi querce e un ulivo, entrando da Piazza Europa, a preannunciare ai visitatori il tema della Piazza delle Tre Culture come luogo di pace e incontro.

A est degli edifici della piazza è prevista una “Bambinopoli”, con un giardino verde dedicato ai più piccoli di tutte le fedi ed etnie e, all’interno, un anfiteatro da 200 posti con un suggestivo proscenio sul mare.

A ispirare il progetto architettonico della Piazza delle Tre Culture, che nella dislocazione e nella forma degli edifici dalle avvolgenti facciate rimanda alla tradizione barocca siciliana, è stato il concetto del viaggio e della navigazione, con i sei edifici che compongono i due corpi simmetrici della Piazza-corte progettati per essere poggiati su una siepe di lava e verde, come a voler solcare le onde lungo il tragitto tra Piazza Europa e il mare Jonio attraversando la piazza. Un simbolismo visibile nella soluzione delle “navate-navi” e negli oblò che caratterizzano il prospetto degli edifici di culto, sormontati dalle tre “polene delle fedi”.

“Piazza delle Tre Culture” è infatti concepita come un monumento al dialogo interreligioso, alla memoria, ma anche un luogo d’incontro fra tutte le genti, di qualsiasi religione, nazionalità o estrazione sociale. Un “Bastione delle fedi” che nello spazio urbano recuperato ospiterebbe una chiesa, una moschea e una sinagoga, tutte vicine in una grande piazza esagonale completata specularmente dagli istituti di cultura delle tre grandi religioni monoteiste: israelitica, cristiana e islamica. Un’agorà simbolo di un “duplice abbraccio” rivolto ai cittadini: da una parte il rifugio religioso rappresentato dai tre luoghi di culto, dall’altro quello identitario e morale dei tre istituti di cultura contrapposti.