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C’è un video che circola in rete che sta facendo discutere. Si vede il premiere Conte in visita al G7 ignorato dai suoi colleghi Capi di Stato. Sembra proprio che non lo degnino, nemmeno di striscio.

Il filmato, certamente, non rispecchierà la realtà dell’esito del summit a cui Conte ha offerto il suo contributo. E comunque una iniziale titubanza è spiegabile con l’inesperienza del professore per eventi di questo genere. Fatto sta che il popolo grillino è balzato su come una furia contro chi ha mostrato queste immagini che tenderebbero a screditare apposta il Presidente del Consiglio.

Una ricostruzione, ovviamente, fantasiosa. Semmai è vero il contrario e cioè che gli altri leader del G7 sembrano snobbare quello italiano, forse portatore di novità troppo dirompenti per gli altri Paesi. Insomma se c’è una responsabilità va attribuita a Merkel e compagni che si tengono alla larga dal Presidente del Consiglio. Conte bisogna lasciarlo lavorare in pace, magari senza che gli altri colleghi cerchino di mettergli il bastone tra le ruote. Ma, allo stesso tempo, anche gli elettori e i simpatizzanti del nuovo Governo devono stare calmi. L’Italia è ancora un paese democratico, dove si può esprimere la propria opinione, fare onestamente il proprio lavoro, e anche mostrare un video dove oggettivanmente le immagini parlano da sole. Poi ognuno commenta, nei limiti dell’educazione. Non siamo al tifo da stadio, né alle gogne via social. Forse…

Come inizio non c’è male. Il Governo targato Conte fa il suo esordio con una sonora sconfitta, come si direbbe in gergo calcistico. Una debacle su tutta la linea, da far impallidire perfino chi lo sostiene.

La fiducia alla Camera dei Deputati è stata ottenuta ma è una sequenza di gaffe, equivoci e cadute di stile da retrocessione diretta, per restare in ambito sportivo. A metà tra Totò e Mr Bean, il primo scivolone di Conte è su il discorso da pronunciare. Il premier, che si è autodefinito “avvocato del popolo”, è stato beccato in un fuorionda: “Questo lo posso dire?”, ha chiesto a Di Maio, in un segnale inequivocabile della sua grande autonomia decisionale.

“No”, è stata la risposta secca del capo del M5S che, a sua volta, ha fatto capire al povero Conte chi comanda veramente. Non proprio una bella figura, per la verità. Ma la dose, se possibile, è stata rincarata subito dopo quando il professore dal curriculum misterioso perde gli appunti e va nel panico. Tutto a posto, ci pensa Di Maio: “Li trovo io, tu comincia a parlare”, spinge il bottone il ministro del Lavoro al neo Presidente del Consiglio.

Terza battuta a vuoto sulla mafia e sul presidente della Repubblica: “Una delle cose che più mi ha addolorato nei giorni scorsi è stato l’attacco alla memoria di un congiunto del presidente Mattarella sui social e veramente mi è dispiaciuto”. Belle parole nei riguardi del Capo dello Stato, peccato che Conte si non si ricordava che il fratello in questione si chiamava Piersanti, era un ex presidente della Regione Siciliana ed è stato ucciso dai killer di Cosa Nostra.

Semplice sbadataggione? Non proprio visto le polemiche che si sono scatenate. “È Piersanti, si chiamava Piersanti”, ha urlato – insolitamente alterato – il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio verso il Presidente del Consiglio,. Un consiglio a Conte: quando è in difficoltà basta cercare su Google per ricostruire vicende che magari non si conoscono. Chiusura con due annotazioni. La prima di carattere giornalistico: non siamo contro il nuovo Governo ma, oggettivamente, questa volta Conte (e Di Maio) hanno toppato clamorosamente. 

La seconda è, invece, di carattere prettamente politico. Ma Salvini dov’era? Siamo sicuri che il suo silenzio non sia tattico? Della serie…li lascio sbagliare tanto poi ci penso io. Insomma il numero uno della Lega lavora in silenzio e, sotto sotto, aspetta il suo momento. Se continua così l’attesa non durerà a lungo.

Dai banchi del Pd è Davide Faraone ad alzare la voce. Prepara anche un foglio, un minicartello che vorrebbe esporre, sul quale c’è scritto: “Cetto La Qualunque”. Una critica esplicita al premier ConteLaura Bottici, senatrice del M5S e questore del Senato, gli si avvicina e lo fa rientrare nei ranghi. Di piu’: lo avrebbe filmato, intimandogli di ritirare il cartello. Faraone abbozza. Qualche banco più in basso ci sono Marcucci e Simona Malpezzi che scalpitano. Bottici va a parlare anche con loro. Matteo Renzi, invece, segue il discorso di Conte in silenzio, ogni tanto frena anche i rumori di protesta che vengono dai banchi del suo partito.

Andrea Marcucci (Pd) affronta la senatrice Laura Bottici del M5S a brutto muso: E quando eravate voi a esporre i cartelli?”, ricorda il capogruppo dem. Quando la seduta finisce, mentre i senatori defluiscono e in tanti della maggioranza si avvicinano a Conte per stringergli la mano, Marcucci parte spedito verso i banchi del governo. Si rivolge, visibilmente arrabbiato, ai grillini Riccardo Fraccaro e Giulia Grillo. I tre però non si intendono. Marcucci è furibondo e continua a inveire rivolto ai pentastellati. Qui inizia, a distanza, lo scambio di battute con Saverio De Bonis (cinquestelle) che si conclude con Marcucci che esplode: “Che fai mi minacci? Ma vattene a fan…”. La tenzone si chiude con le scuse reciproche.

(fonte agenzia Dire)

“Lega xenofoba e il Movimento a cinque stelle fuori dall’ordinario, riuniscono bigottismo e incompetenza a un livello insolito. Sono un gruppo miserabile portato in alto sulla marea globale anti-liberale”. Un attacco durissimo sulle pagine del giornale americano New York Times, che porta la firma di Di Roger Cohen. Nel lungo pezzo pubblicato sull’edizione online, si va oltre all’analisi politica, arrivando all’insulto contro di noi e indirettamente contro i milioni di elettori che, forse anche per protesta, hanno fatto una scelta di rottura rispetto al passato. E questa va sicuramente rispettata.

E continua parlando della sua passione per “l’Unione Europea, il più pazzo propagatore di pace mai creato. Detesto la facile designazione dell’emigrante o di un estraneo come la fonte di guai nazionali, una forma di capro espiatorio con una storia terribile in Europa e ora in vivida esibizione nell’America di Donald Trump. Sono tutto per la serietà di intenti nel governo, e questo non può includere promettenti dispense per le quali non ci sono fondi. In breve, non vedo nulla nella Lega o nel Movimento a cinque stelle propagato su Internet che non mi facciano ribrezzo”.

Si può pensare bene o male di questo governo giallo-verde che ha preso il via qualche giorno fa, ma di certo gli elettori vanno rispettati e soprattutto va rispettato un Paese democratico qual è fino a contraria l’Italia. Ma Roger Cohen continua arrivando addirittura a definire il nostro governo come “terribile, schifoso” (potete leggere qui l’articolo del New York Times).

E infine, chiosa dicendo: “Non vedo niente nella Lega o nel M5S diffuso via Internet che non mi disgusti”.  Considerazioni che si aggiungono alle già pesanti critiche arrivate, nei giorni scorsi, dalla Germania. Ma nel pur legittimo diritto di cronaca che esercitiamo, facendo il nostro mestiere di giornalista, l’offesa gratuita non serve a nulla. Anzi crea ancora di più quel vuoto che, certamente, ad una politica ormai senza primato, non è utile. Il resto è solo “vilipendio” della nostra cara Italia, dei nostri cittadini e degli elettori.

 

 

 

 

E’ un Matteo Renzi a tutto campo che, in questi giorni, si trova all’estero, Cina e Usa, dove sta tenendo alcuni discorsi. Domani sarà in aula al Senato, per dare il suo voto contrario al governo giallo-verde di Lega e Cinquestelle.  Ed ha anche annunciato una nuova Leopolda per ottobre e la pubblicazione di un libro.

“Lega e grillini hanno promesso un libro dei sogni da 100 miliardi: il reddito di cittadinanza ne vale 20, la Flat tax 60, quota 100 vale 16, le clausole Iva 12. E noi dovremo essere i primi a farci sentire quando gli italiani capiranno che le risorse per realizzare i sogni non ci sono, e finirà la luna di miele”. E’ quanto scrive oggi il Corriere.it.

Difficile un suo intervento diretto in auka, ma sarebbe l’ultimo strappo alla “regola del silenzio”, mentre la dichiarazione di voto sarà fatta dal capogruppo dem Andrea Marcucci. E continua affermando che “sul Pd la palla è in mano a Maurizio Martina: non mi interessa fare alcuna corrente. Io sono intervenuto solo per bloccare l’operazione di accordo con il M5S”, proprio perchè si tratta di una cosa giusta”.

Renzi sta lavorando: “Ma adesso tocca a loro”. Come gli hanno detto anche le persone a lui più vicine, analizzando i motivi del doppio crollo referendum-elezioni: “Bisogna riprendere il contatto con la realtà delle cose, con i problemi della gente fuori”. E’ anche per questo che il senatore fiorentino ha inviato una email a tutti i cittadini e le imprese del suo collegio, che nelle prossime settimane andrà ad incontrare.

Quindi, un breve allontanamento dalle scene politiche per ritornare sul “palcoscenico” e cercare una exit strategy dal limbo in cui si trova il partito democratico, ormai ridotto quasi a numeri da prefisso telefonico. Basta ricordare il 40 per cento preso alle europee del 2014, che Renzi è stato capace di dilapidare, mandando in frantumi, se non al suicidio elettorale, il partito. Una condizione che di fatto ha aperto la strada all’ascesa inarrestabile della Lega e  al trionfo al sud dei pentastellati.

Adesso l’unica via per Renzi è quella di fare uscire fuori, anche mediaticamente, le contraddizioni politiche tra i due partiti vincitori del giro elettorale di marzo, convinto che le promesse, fatte da Lega e M5S, non potranno essere mantenute. Ma tutto questo da solo basterà per indebolire il consenso e invertire lo tsunami provocato da Salvini e Di Maio? La prova sarà quella dell’aula, ma soprattutto delle leggi che, non dimentichiamo, sono e saranno sempre soggette al “controllo” di Mattarella.

 

A quasi tre mesi dalle elezioni e a un passo dal ritorno alle urne, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che saranno ministri e vicepremier, siglano l’accordo per il Governo al termine di un lungo faccia a faccia alla Camera. Con Giuseppe Conte presidente del Consiglio e Giovanni Tria ministro dell’Economia, nasce l’esecutivo con il cambio di ruolo di Paolo Savona, il professore anti-euro cui Sergio Mattarella aveva negato l’Economia che avrà la delega alle Politiche europee.

“Si è concluso un complesso itinerario”, chiosa il capo dello Stato, il vero vincitore morale di questa lunghissima trattiva, che oggi alle 16 riceverà al Colle il nuovo presidente del Consiglio e la squadra dei diciotto ministri, tra cui cinque donne, per il giuramento. Anche se sarà “battezzato” ufficialmente, all’inizio della prossima settimana, con il voto di fiducia in Parlamento di M5s e Lega. Dice “No” Forza Italia, che annuncia “battaglia per i cittadini” e annunciano un’opposizione Partito democratico e Liberi e uguali. Fratelli d’Italia, che era disponibile al “Sì” alla fiducia (e che chiedeva uno o due ministeri, sceglie invece la linea dell’astensione.

Carlo Cottarelli, a cui il presidente della Repubblica aveva affidato l’incarico di formare un esecutivo “neutrale” per portare al voto anticipato, ha ringraziato e rimesso il mandato. Alla fine ecco il nuovo Governo. Savona al dicastero senza portafoglio degli Affari europei. Per l’Economia spunta Tria, preside della facoltà di Economia di Tor Vergata, professore che ha lavorato con Renato Brunetta, è “tiepido” sull’Euro e sostiene la Flat tax anche a costo di aumentare l’Iva. Agli Esteri arriva Enzo Moavero Milanesi, una vita nelle istituzioni europee e già ministro all’Ue con Monti e Letta. Affiancherà Conte a Palazzo Chigi, con il delicato incarico di sottosegretario alla presidenza, il leghista Giancarlo Giorgetti. Salvini sarà ministro all’Interno, Di Maio prenderà il super-dicastero di Lavoro e Sviluppo Economico (dovrebbe chiamarlo “Welfare”). Alla Difesa Elisabetta Trenta, Alla Giustizia Alfonso Bonafede (M5s), Giulia Grillo (M5s) alla Sanità, Riccardo Fraccaro (M5s) ai Rapporti con il Parlamento, alle Infrastrutture Danilo Toninelli (M5s), Marco Bussetti (M5s) all’Istruzione, Alberto Bonisoli (M5s) ai Beni Culturali e Giulia Bongiorno alla Pubblica Amministrazione.

E proprio Bonafede, Bongiorno e Giulia Grillo sono i tre siciliani dell’Esecutivo. Alfonso Bonafede, 42 anni, è nato a
Mazara del Vallo ma è fiorentino di adozione. Avvocato civilista, ha sfidato Renzi nel 2009 a sindaco di Firenze, è uno dei parlamentari più vicini a Di Maio e attivista della prima ora del M5S., in Parlamento dal 2016 ha ricoperto il
ruolo di vicepresidente della commissione Giustizia.

La “leghista” Giulia Bongiorno, 52 anni, è avvocato penalista. Diventata avvocato nel 1992 e a soli 27 anni, ha fatto parte del collegio difensivo di Giulio Andreotti, accusato di associazione mafiosa. Come legale ha difeso molti volti celebri
dello sport e dello spettacolo, da Gianna Nannini a Francesco Totti. In Parlamento è arrivata nel 2006 eletta alla Camera con Alleanza nazionale. Nel 2008 è stata riconfermata con il Popolo della Libertà. È stata una grande sostenitrice delle battaglie in favore delle unioni civili e dei diritti delle donne tanto da sostenere l’introduzione del reato di stalking e la proposta di legge di aggravante di femminicidio.

Giulia Grillo è catanese, medico legale e volto storico del Movimento 5 Stelle. È stata lei a fondare il meet up etneo, il primo circolo grillino dove è iniziata la sua scalata ai vertici del Movimento. Nel 2012 grazie alle primarie è diventata
capolista alla Camera della circoscrizione Sicilia Orientale. In Parlamento è stata componente della commissione permanente Sanità e nel 2016 capogruppo del M5S. Grillo è stata al centro delle polemiche sul tema delle vaccinazioni: si è detta favorevole ma contraria all’obbligo.

“Di Maio riapre? Non siamo al mercato, al voto anche subito, il prima possibile, ma non a fine luglio”. Così Matteo Salvini, leader della Lega, mette un pietra che potremmo definire “tombale” su una possibile riapertura dei giochi di un governo M5S-Lega che, nelle ultime ore, Luigi Di Maio ha caldeggiato.

La strategia di Salvini è chiara dato che i sondaggi danno la Lega addirittura al 27 per cento, quasi ad un passo dai cinquestelle. Quindi sembrerebbe che l’effetto Savona abbia pagato in qualche modo, anche se di numeri virtuali si parla. 

“Noi abbiamo provato a fare un governo, ma a Mattarella non va mai bene” – dice Salvini  parlando con i commercianti al mercato di Pisa, come riportato oggi da La Stampa.it -. “Non può dire no a quel ministro (riferendosi ovviamente a Savona) perché è critico con l’Europa. Allora che cosa andiamo a fare? Allora ti arrendi. Il presidente ci spieghi come si esce dall’impasse”.

“Anche io voglio un governo votato dal popolo, siamo alleati con chi sostiene il nostro programma”. E conclude annunciando che la “Lega domenica sarà in tutte le piazze italiane per chiedere l’elezione diretta del presidente della Repubblica, tanto fa quello che vuole lo stesso e allora tanto vale che lo eleggano i cittadini”.

Invece dalle parti del Quirinale, Carlo Cottarelli, il premier incaricato si è recato, questa mattina, da Mattarella, ma sembra che tutto sia in una fase di stallo. Nessuna dichiarazione e con il sospetto che un’eventuale formazione di governo sia una “mission impossible”. Così come un improbabile governo Lega e M5s che, rispetto alle dichiarazioni di Salvini (vedi sopra), sia ormai morto e sepolto. Anche se sembrerebbe emergere la “possibilità di un governo politico”, come lo stesso Cottarelli ha fatto trapelare, sul quale ovviamente in molti non scommettono.

La nostra impressione, che nelle prossime ore potrebbe essere certezza, è che le elezioni sarebbero l’unica via di uscita dal limbo. E non è escluso che Salvini possa trovare un accordo con Berlusconi, riuscendo così a mettere a tappeto tutti e diventare leader indiscusso del centrodestra. Ai grillini non resterà che fare il “processo” a Di Maio e sostituirlo con Di Battista che ha, anche, annunciato di volersi ricandidare.

 

 

 

“Il fatto che al coro della destra italiana si stiano unendo in queste ore nell’insulto al Presidente Mattarella e all’Italia personaggi del calibro di Steve Bannon, Marine Le Pen e Nigel Farage, la dice lunga su cosa stava e stia davvero avvenendo. La destra più violenta, razzista, xenofoba e guerrafondaia si è unita per proseguire il proprio attacco ai sistemi democratici in Europa”.

Parole durissime quelle del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, nei confronti di quanti stanno attaccando il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, sulla vicenda del contratto di governo giallo-verde, abortito nei giorni scorsi.

“Se non stupisce la posizione della destra leghista, lascia perplessi la facilità con cui anche il Movimento 5 Stelle si sia subito omologato, silenziando quelle voci e quelle storie che nulla hanno a che vedere con chi non nasconde le proprie simpatie fasciste e naziste. La scompostezza e violenza delle posizioni assunte dai rappresentanti dei cinquestelle è augurabile, per i suoi tanti elettori antifascisti e non xenofobi, che siano soltanto l’ennesima conferma di ingenuità e frutto della tardiva comprensione di essere caduti in una trappola”.

“Al di là della ovvia considerazione che il Presidente Mattarella ha agito e sta agendo nel pieno rispetto della nostra Carta Costituzionale, ed in particolare delle proprie prerogative e dell’articolo 92, non si può non sottolineare che egli sta compiendo quanto di più alto è richiesto ad un Presidente della Repubblica: tutelare i valori ed il sistema democratico fondanti della nostra Repubblica, da qualsiasi attacco interno o esterno che sia. Appunto la reazione scomposta e violenta della destra neofascista nazionale ed internazionale dimostra la correttezza dell’operato di Mattarella”.

“Ho accettato l’incarico di formare un governo come mi ha chiesto il presidente della Repubblica. Sono molto onorato come italiano di questo incarico e naturalmente ce la metterò tutta. Mi presenterò con un programma che in caso di fiducia includa l’approvazione della legge bilancio e poi preveda lo scioglimento del Parlamento e elezioni nel 2019”.

Parole, quelle dell’economista Carlo Cottarelli, premier incaricato da Mattarella, per tentare di formare il governo dopo che, il possibile accordo giallo-verde tra Lega e cinquestelle, è rovinosamente naufragato.

“In assenza di fiduciaha continuato Cottarelli il governo si dimetterebbe immediatamente ed il suo compito sarebbe quello dell’ordinaria amministrazione per le elezioni dopo il mese di agosto. Essenziale rimane, comunque la partecipazione dell’Italia all’area Euro”. Il premier incaricato ha anche assicurato che in “tempi molto stretti” verrà presentata, al presidente della Repubblica,  la lista dei ministri.

Dunque, Cottarelli mette le mani avanti perchè, probabilmente, non vuole cadere nel tritacarne politico, facendo la fine di Salvini e Di Maio. E intanto tra richieste di impeachement per alto tradimento (in verità a chiederle sono Di Maio e la Meloni) e ritorno alle urne, il vero vincitore ha un nome e cognome: Matteo Salvini che, come il tanto sbandierato “miracolo italiano” di Berlusconi, ha portato la Lega dal 4 a quasi il 20 per cento e “rischia” che, al prossimo giro, possa fare l‘en plain e arrivare al 25. E chissà se tutto ciò è stato sapientemente costruito in ogni dettaglio per poter capitalizzare il risultato elettorale del 4 marzo e diventare leader incontrastato del centrodestra. Non resta che attendere e sapremo se la “trappola” di Salvini sarà riuscita e non sarà uno “scherzi a parte”.