Author

redazione

Browsing

Sembra essere davvero una situazione “border line”, quella che vedrebbe l’Amat ad un passo dal fallimento. E dopo la denuncia di alcuni esponenti della minoranza in consiglio comunale, questa volta ad intervenire è Fabrizio Ferrandelli, leader dell’opposizione  a Palazzo delle Aquile.

“In una nota giunta stamattina all’Amat, si certifica una crisi strutturale irreversibile. Infatti dice Ferrandelliil settore delle società partecipate del Comune ha diffidato e messo in mora per 18.694.109 di euro l’azienda di trasporto pubblico della città, aggiungendo ai 6,4 mln di perdita dell’esercizio 2017 e alla vicenda ancora in ballo sui crediti e la perdita di 9 mln sul tram”.

Il messaggio è chiaro. L’ex candidato alla poltrona di primo cittadino, che sfidò un anno fa Orlando alle comunali del 2017, le manda a dire al suo avversario senza se e senza ma, come avevamo già ampiamente scritto sulle pagine di BloggadoSicilia. 

Secondo Ferrandelli “il rischio fallimento è sempre più reale, in quanto queste somme sono state già erogate e la società, per restituirle, dovrebbe averne disponibilità tra la liquidità. Cosa che dalle nostre evidenze non c’è. La situazione è peggiore di quanto da noi denunciato. Il presidente di Amat si è dimesso, l’azienda è al centro di una spartizione politica e non di un dibattito circa il risanamento ed il Sindaco favoleggia di altre linee del tram da realizzare”.

Infine, Ferrandelli ha chiesto la convocazione urgente del consiglio comunale e ribadito che “l‘amministrazione deve venire in aula per un confronto aperto e chiaro sul futuro dell’azienda. Siamo indignati che il nostro richiamo alle responsabilità, nel corso di questi mesi, non soltanto non sia stato ascoltato, ma perfino minimizzato”.

E intanto si aspetta la nomina del nuovo presidente dell’azienda, dopo le dimissioni di Antonio Gristina, che dovrà tentare di individuare quelle soluzioni che possano far sopravvivere un malato che sembra essere, purtroppo, in fase terminale.

Un assist al sindaco Orlando, quello del gruppo consiliare “Sinistra Comune” di Palermo, con il quale “si esprime soddisfazione per la decisione del primo cittadino di aprire una nuova fase politica per la città,  operando scelte  in modo collegiale e con il coinvolgimento delle forze politiche che lo hanno sostenuto”.
Un chiaro messaggio che, oltre alla condivisione politica sul metodo, ha come obiettivo reale, quello di  sollecitare Orlando per ottenere un ruolo all’interno dell’amministrazione comunale da parte di  Sinistra Comune. Tanto per capirci un posto nella giunta Orlando. Una strategia che, nell’imminente (almeno sembra così) operazione di rimpasto della giunta comunale, vede in pole position Giusto Catania, capogruppo consiliare di Sinistra Comune ed ex assessore alla mobilità di Orlando.
“Siamo certi – dicono i consiglieri consiliari di SC – che ciò avverrà allo scopo di rimettere al centro progettualità per trasformare Palermo. Questo metodo di lavoro dovrà essere valido non solo per il rinnovo dei vertici delle aziende  partecipate, ma anche per la nuova composizione  della giunta“. E proprio su BloggandoSicilia avevamo parlato delle mosse politiche del gruppo consiliare SC, che di fatto aveva rivendicato uno spazio nell’amministrazione attiva del Sindaco.
“Come ribadito, anche, nel corso dell’assemblea pubblica organizzata a maggio continua la notaquesto è un passaggio di fondamentale importanza e va consumato nel più breve tempo possibile. La visione della città e le sue esigenze hanno ben poco a che vedere con la spartizione di poltrone da ‘manuale Cencelli’ che qualcuno vorrebbe pretestuosamente intravedere”. 
E, infine, l’appello al Sindaco: “Confidiamo nella autonomia del primo cittadino e nella sua capacità di guidare la nuova fase  politica. Siamo sicuri che tutte le scelte saranno corrispondenti ai reali bisogni della città e risponderanno a criteri di autorevolezza professionale e ad indubbie qualità politiche”.
Adesso non resta che aspettare, oltre alle nomine dei presidenti delle partecipate, la lista degli assessori e vedere se questo lavoro di “pragmatismo politico” e di lenta cottura, avrà sortito gli esiti aspettati o innescherà altre micce per un’amministrazione che di problemi da risolvere ne ha fin troppi.

Una lettera ai dipendenti Amat per dire che soldi per gli stipendi non ce ne sono. L’ha inviata l’ex presidente dell’azienda di via Roccazzo, Antonio Gristina. Dunque, per la fine del mese i lavoratori non potranno ricevere lo stipendio, e nella missiva si legge chiaramente che “in attesa dell’erogazione delle somme, è necessario assicurare il regolare svolgimento di tutte le attività aziendali”. Come dire: l’ordine è lavorare gratis!

E su questa vicenda interviene la consigliera comunale Sabrina Figuccia (Udc): “Mentre i palermitani sono costretti alle fermate ad attese eterne sotto il caldo prima di poter prendere il bus, il sindaco Orlando cosa fa? Gioca con le figurine dei candidati a presidenti con l’unico scopo di accontentare un pò i partiti di “destra” e un pò quelli di sinistra, per cercare di tenere a galla la sua maggioranza”. 

“La sensazione – continua la Figuccia – è quella che prima di competenza e professionalità vengono sempre fedeltà e appartenenza ad una parte politica e a farne le spese sono però sempre cittadini e lavoratori. Insomma, a Palazzo delle Aquile va in scena la solita divisione delle poltrone, mentre quasi tutte le aziende comunali sono piene di debiti e i palermitani costretti a fare i conti con servizi inefficienti di una delle principali città europee”.

Una situazione  sempre più complicata, quella delle aziende, sia a livello politico che di tenuta finanziaria, anche se il sindaco Orlando, ne  abbiamo parlato su BloggandoSicilia, aveva rassicurato in consiglio comunale, parlando di “conti messi in sicurezza”. 

Adesso però la patata bollente passerà al nuovo presidente dell’Amat, essendo ormai Gristina un dimissionario, che dai giochi ad incastro dovrebbe essere in quota “Sicilia Futura” e più precisamente al nome di Domenico Macchiarella, ex consigliere di circoscrizione e vicinissimo al deputato regionale Edy Tamajo. Quindi non resta che aspettare questa new entry e sperare, nell’attesa, che i soldi per gli stipendi non siano come le lettere ordinarie: talvolta mai pervenute.

Dispiace il crollo improvviso di Mosaicoon, l’azienda che aveva creato la “Silicon Valley” di Isola delle Femmine. Sede mega galattica stile Google e Facebook di 4000 mq, produzione di video virali, 120 dipendenti, 8 sedi da Londra a Singapore, fatturato arrivato a 20 milioni di euro. In pratica un colosso, un modello, una società a cui tutti – dalla Sicilia alla California – guardavano con ammirazione, rispetto e un po’ d’invidia.

Dieci anni di crescita e di successi, nel 2011 premio per l’innovazione dall’allora Presidente della Repubblica Napolitano, visita dell’ex premier Renzi a dimostrazione che se vuoi ce la fai e che si fa così a creare lavoro e sviluppo, riconoscimenti internazionali a profusione.

Epperò, tutto a un tratto, Mosaicoon chiude. D’un botto. Tutto svanito, evaporato come una bolla di sapone. Ma, allora, ci si chiede tutta questa solidità dov’era? Schiacciata dalla concorrenza dai giganti del web. Ma come? L’azienda non doveva creare contenuti e video per essere realizzati su queste piattaforme? Non erano i grandi ad essere i principali fruitori di questo business? Non c’erano tante multinazionali pronte ad accapparrarsi i prodotti realizzati dalla tech company palermitana? A quanto pare non era così.

E le tanti “sedi” sparse per il mondo? Saracinesche abbassate in un colpo solo. La domanda sorge spontanea: una ristrutturazione aziendale non si poteva fare? Non c’è scritto da nessuna parte che si debba vivere sempre al massimo: si può ridurre e continuare a essere vivi e magari ripartire. Tra 0 e 100 si può fare 10, 20, 30, 40….insomma le possibilità di ricolloccarsi esistono facendo sacrifici. L’impressione è che, legittimamente per carità, si è vissuti in una “bolla” più grande del previsto e che adesso, purtroppo, è scoppiata.

L’orgoglio di chi guardava a Mosaicoon come alla start-up simbolo italiano, che secondo il suo fondatore Ugo Parodi Giusino faceva impresa per riscattare la Sicilia vicino all’uscita di Capaci, proprio dove fu ucciso dalla mafia il giudice Falcone e la sua scorta, è rimasto profondamente deluso.

Non più di due anni fa, in un’intervista, il founder dichiarava: “Mosaicoon è cresciuta tantissimo e sotto molti aspetti. Fatturato, dipendenti, sviluppo. Abbiamo un modello tecnologico di valore internazionale e che la cosa ci sia stata riconosciuta dall’Europa e in Silicon Valley lo conferma. Oggi i nostri video hanno 800 milioni utenti finali e più di 20mila publisher utilizzano la nostra tecnologia. Il fatturato e i clienti raddoppiato ogni anno. Abbiamo investito nella nuova sede per crescere ancora e lo abbiamo fatto cercando di essere all’avanguardia anche come architettura e gestione degli spazi. Abbiamo voluto fortemente avviare un percorso di eccellenza in ogni aspetto. Dal prodotto alla struttura”. Rilette oggi queste parole fanno un po’ effetto, disegnando uno scenario diverso, forse troppo ottimistico rispetto alle difficoltà del settore.

Non ha detto nessuno, infatti, che in questi anni Mosaicoon ha goduto di una decina di milioni di finanziamento di venture capital, ottenuti da fondi e da imprenditori, per la sua espansione. E che probabilmente, queste stesse persone, hanno chiuso i “rubinetti” non appena hanno fiutato che l’affare non era poi così redditizio. E dire che lo stesso Parodi Giusino aveva detto: “I soldi dei venture servono per fare ricerca e sviluppo in modalità più pura. Mi spiego, vendere un prodotto e concentrarsi sulla sua realizzazione impiega risorse ed è difficile dedicare un intero team alla ricerca di altre soluzioni, nuove strade e nuovi possibili sviluppi. Questi soldi ci assicureranno la possibilità di innovare ancora, prendere nuovi talenti, senza distogliere energie dai prodotti per i clienti”. Purtroppo anche questa volta non era così. O meglio erano solo belle speranze spacciate per certezze incrollabili.

E, infine, per favore, non diteci che siamo tra quelli che oggi godono per la chiusura repentina dell’azienda. Non è così. Dispiace per Mosaicoon, sinceramente. E dispiace ancora di più per chi ci aveva creduto, ci ha lavorato e che ha capito, a proprie spese, che il sogno – perché di questo si trattava e chi era onesto intellettualmente lo sapeva – è finito. Adesso tutti dovranno ricollocarsi sul mercato. E, nonostante le parole buoniste, noi che siamo brutti, sporchi e cattivi pronostichiamo che non sarà facile perché la vita dei terrestri è difficile, dura da scalare e non perdona.

E’ caos sul versante stabilizzazione dei dipendenti comunali a tempo determinato e dei precari in servizio al Comune di Palermo. A denunciare lo stallo è la consigliera comunale dell’Udc, Sabrina Figuccia, che parla anche del caso delle indennità  corrisposte negli ultimi anni e che, adesso, l’Amministrazione vorrebbe restituite e quelle dovute ai vigili urbani non riconosciute negli ultimi anni. 

Di ciò si doveva discutere durante la conferenza dei capigruppo, alla quale erano stati invitati anche l’assessore al Bilancio, Antonino Gentile e il ragioniere generale, Paolo Basile, che hanno “dato forfait senza uno straccio di giustificazione – aggiunge la Figuccia -. L’unico rappresentante dell’Amministrazione presente era l’assessore al Personale, Gaspare Nicotri che, per sua stessa ammissione, viaggia da solo e a fari spenti, lasciando nell’incertezza, ma soprattutto nel panico, centinaia di dipendenti comunali, che non hanno sanno cosa sarà del proprio futuro, messo in discussione dal più recente orientamento della Ragioneria generale dello Stato”.

“Gentile e Basile continuano a snobbare il consiglio comunale. L’ennesima occasione persa per colpa di chi dovrebbe fare salti mortali per assicurare centinaia di famiglie palermitane, ma soprattutto garantire servizi essenziali a tutti i palermitani, come quelli svolti dai vigili urbani, dagli operatori scolastici o da chi lavora negli impianti sportivi”.

E alla fine la stoccata contro il sindaco Orlando che, a dire della consigliera Udc, “preferisce partecipare all’ennesima passerella all’estero, invece di garantire i servizi a tutta la città, alle prese con mille croniche emergenze”.

 

Un altro sondaggio, commissionato per il Corsera e realizzato dall’Istituto Ipsos di Nando Pagnoncelli, dà un quadro che rafforza il consenso della Lega. Si parla di un 31 percento netto del partito di Matteo Salvini, che riesce a rosicchiare voti anche tra gli elettori dei cinquestelle, fermi al 29,8 per cento.

“E se confrontiamo le intenzioni di voto con i risultati elettorali del 4 marzo – dice Pagnoncelliemergono cambiamenti importanti, oltre alla già citata imponente crescita della Lega: innanzitutto l’aumento dell’area dell’indecisione e dell’astensione, composta da elettori delusi, che aumenta del 5,5%; in secondo luogo la flessione di 2,9% del M5S, trionfatore alle elezioni, e quella ancor più significativa di Forza Italia, che perde 5,7%, di Fratelli d’Italia che si è quasi dimezzata, passando dal 4,3% al 2,3%, di Liberi e uguali che perde un terzo dell’elettorato (da 3,4% a 2,3%) e di Noi con l’Italia scesa dall’1,3% allo 0,4%. Al contrario Pd e Più Europa aumentano di 0,2%, mantenendosi sostanzialmente sui valori ottenuti alle politiche”.

E quello che è stato rilevato dall’indagine demoscopica è che da marzo (quando si sono svolte e elezioni nazionali), un elettore del M5S su quattro ha cambiato idea.

Inoltre, l’analisi mette in risalto la fedeltà dell’elettorato leghista. Addirittura il 91 per cento conferma il proprio voto e la forte capacità di attrazione di nuovi elettori. E il dato che salta agli occhi è che quasi la metà di coloro che oggi voterebbero per il partito di Salvini provengono da altri partiti, in particolare per il 23% dagli alleati di centrodestra (18% da FI e 5% dagli altri), il 10% dagli alleati di governo e il 9% da elettori che alle politiche avevano disertato le urne ma oggi ritornerebbero a votare scegliendo la Lega.

Per quanto riguarda i pentastellati, tre elettori su quattro confermerebbero il proprio voto al Movimento, i delusi propendono per l’astensione (13%) e la Lega (9%), ma non per il Pd (1%) e i voti in ingresso provengono prevalentemente dal centrodestra, mentre sembra essersi arrestata la capacità di attrarre consenso da sinistra e dall’astensione.

Per quanto riguarda la tenuta del Pd, questa dipenderebbe dalla elevata fedeltà di voto: si parla dell’80 per cento e da una compensazione tra uscite (prevalentemente verso l’astensione: 13%) e nuovi ingressi, soprattutto da centrosinistra e sinistra, mentre il rientro dal M5S è marginale. Infine, meno di un elettore su due di FI (48%) continua a votare per il partito di Berlusconi, un terzo abbondante sceglie la Lega e il 10% si astiene.

Infine, nel sondaggio l’elemento costante è che la La Lega consolida il proprio consenso in tutti quelle aree sociali che l’hanno scelta alle scorse elezioni nazionali, aumentando in modo congruo tra i ceti più popolari, le persone meno istruite, casalinghe, pensionati e disoccupati e tra i cattolici che partecipano saltuariamente alle funzioni religiose.

Il M5S perde il proprio appeal prevalentemente tra gli elettori meno giovani (presso i quali era già più debole), nella classe direttiva, tra i lavoratori autonomi, gli studenti, i pensionati e tra i cattolici con frequenza settimanale alla messa.

“Insomma sostiene il sondaggio di Ipsosè il momento della Lega e la sua forza dipende soprattutto dalla sostanziale continuità nella strategia comunicativa di Salvini rispetto alla campagna elettorale, una strategia basata su un’accurata scelta di temi sensibili (i migranti, le responsabilità dell’Europa, la legittima difesa, la rottamazione delle cartelle esattoriali, l’uso del contante, ecc.), su toni aggressivi (peraltro due italiani su tre ritengono che sia giusto che i politici utilizzino un linguaggio crudo e brutale per dire le cose senza tanti giri di parole) nei confronti di avversari politici, esponenti delle istituzioni nazionali ed europee (il presidente Macron su tutti), personaggi pubblici (da Balotelli a Saviano), sull’incessante appello a ‘ciò che vogliono gli italiani’. Il leader leghista, pur occupando un’importante carica istituzionale, si è dunque sottratto al processo di istituzionalizzazione, non a caso continua a esibire accuratamente sulla giacca il simbolo di partito e sarà protagonista del tradizionale raduno di Pontida di domani con al centro lo slogan ‘il buonsenso al governo’.

A questo punto non resterà che aspettare, oltre a Pontida, l’appuntamento delle europee del prossimo anno. E se quel 31 per cento dovesse tramutarsi in 40, allora per i cinquestelle sarebbe difficilissimo risalire la china, con il “rischio” che Salvini porti all’incasso il risultato staccando la spina al governo, andando a nuove elezioni e sedendosi come premier, a Montecitorio, senza alcuno sforzo.

 

Guai in vista sul versante “cavallo di battaglia” del M5S: ossia il reddito di cittadinanza. Il ministro all’Economia, Giovanni Tria, ha confermato che, per quest’anno, il provvedimento non potrà essere inserito in bilancio in quanto mancherebbero le necessarie coperture finanziarie. Una bella grana per Di Maio & co che si giocherebbe tutta la partita su una promessa elettorale che, al momento, non potrà essere mantenuta.

Nella manovra economica non verrà inserita, anche, la tanto discussa flat tax, altro punto centrale del contratto di programma sottoscritto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Verrà inserita forse solo una tassa per una fascia ristretta di contribuenti. È quanto rivela, oggi, Repubblica, che cita un retroscena su una presunta trattativa riservata avviata dal governo italiano con Bruxelles, per chiedere maggiore flessibilità sui vincoli di bilancio.

Il governo Conte punterebbe ad ottenere dalla commissione europea la possibilità di rimandare di un anno il pareggio di bilancio e ottenere una quota di flessibilità nel rapporto deficit/pil, già per il 2019. Il negoziato tra Italia e Ue sarebbe cominciato a margine del G7 in Canada, lo scorso 8 giugno. Il nodo principale riguarderebbe l’obiettivo del nostro Paese dello 0,9% di rapporto deficit/pil e il miglioramento del deficit strutturale. Il premier e il ministro Tria vorrebbero concordare una spesa supplementare compresa tra lo 0,3 e lo 0,5%, con il deficit che salirebbe all’1,2 o 1,5%. E senza un accordo, nel 2020 l’Italia si troverebbe a dover raggiungere il già difficile obiettivo dello 0,2%.

Intanto Di Maio, proprio oggi su “Avvenire”, il giornale della  conferenza episcopale italiana, getta acqua sul fuoco. “Le coperture ci sono e saranno inserite nella prossima legge di Bilancio. Si tratta di una misura destinata ai cittadini italiani. Abbiamo il dovere di dare risposte a persone che quotidianamente soffrono e fanno i salti mortali per sopravvivere. Punteremo a far funzionare i centri per l’impiego utilizzando, anche, le altre esperienze europee, come ad esempio quella tedesca che ha rivoluzionato i servizi per l’impiego o come il modello applicato in Irlanda. Come ha detto il procuratore generale della Corte dei conti, è un diritto che va riconosciuto. Lo faremo subito”.

Quindi tutto in alto mare e, soprattutto, con posizioni discordanti, in una situazione che sembra da “azzeccagarbugli” e senza una soluzione che possa, dal punto di vista politico, cercare di “oscurare” il peso di Salvini, unico attore protagonista sulla scena mediatica.

 

 

 

Diventa sempre più profonda la spaccatura all’interno del gruppo consiliare del M5S, a Palazzo delle Aquile. Il consigliere Igor Gelarda, con un post su Fb, parla di “parole imbarazzanti del capogruppo, Ugo Forello, che oggi in una dichiarazione sta “cercando di dettare la linea politica al nostro leader regionale Giancarlo Cancelleri”. Il riferimento è alla dichiarazione di Forello, sempre su facebook in cui lancia un appello allo stesso Cancelleri in tema di porti chiusi:  “Caro Giancarlo, non cadere anche tu nel tranello leghista. Il fatto che l’Italia abbia dimostrato di essere capace di grande accoglienza, non legittima oggi a divenire insensibili o spietati con i migranti che si trovano ‘sequestrati’ in mezzo al Mare Mediterraneo”. 

“In realtà continua Gelardasembra che Forello si voglia direttamente sostituire a Di Maio, A Palermo alcuni tra i miei colleghi che si richiamano alla cosiddetta ‘Sinistra’, prima in modo informale e adesso sempre più palesemente, contestano la linea politica nazionale che trova la sua sintesi in Luigi Di Maio”.

“Ricordo che, a fine campagna elettorale delle comunali il candidato sindaco Forello, fu contestato dall’assemblea di attivisti, delusi da molti atteggiamenti del nostro candidato sindaco. A quelle contestazioni, purtroppo, non seguì un momento di confronto ulteriore, semplicemente non furono più convocate riunioni cittadine. E quello che è accaduto, negli ultimi mesi, è il frutto di un mancato coinvolgimento della base”.

“Credo che la misura sia colma e come ho già detto, chi non ha in animo di stare nel Movimento cinquestelle, può tranquillamente e liberamente andare nel PD. Non ne sentiremo particolare mancanza. Con questo comportamento – conclude il post – il gruppo Forello si sta muovendo come i politici della vecchia politica, che ritengono di potere contraddire il volere degli elettori e del popolo. E cosi facendo si stanno di fatto ponendo al di fuori del movimento 5 stelle, lontani dal sogno di Gianroberto di una Italia governata dai cittadini, e sempre più vicini a quella politica che io ho sempre disprezzato, pronta a predicare bene e razzolare male e sui giornali”. Gelarda ha anche annunciato che, domani pomeriggio, si terrà un’assemblea cittadina alla quale “sono invitati a partecipare gli attivisti e  tutti coloro che hanno a cuore il M5S.

Si consuma, quindi, un ulteriore strappo tra i pentastellati comunali che, nelle scorse settimane, aveva già preso corpo, con l’esclusione dello stesso Gelarda sia dalle dichiarazioni ufficiali dei cinquestelle a Sala delle Lapidi, che dalle riunioni di gruppo. Adesso dovremo capire se questa battaglia finirà sui tavoli romani o rimarrà una “gatta da pelare” solo per i vertici regionali pentastellati, o sarà soltanto una “bolla di sapone”.

 

Con un lungo post su Fb la consigliera comunale pentastellata, a Sala delle Lapidi, Concetta Amella, è un fiume in piena contro il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, al quale pone una domanda amletica: “Palermo Capitale della Cultura o del fallimento pilotato?”.

In questi giorni il dibattito, in consiglio comunale, si è incentrato sulla gravissima situazione economica del Comune e, in particolare, sulle aziende partecipate, Amat, Rap e Amap di cui le prime due rischiano il tracollo finanziario e il conseguente fallimento. Ne abbiamo parlato più volte su queste pagine.

“Orlandoinvece, di cospargersi il capo di cenere per i suoi peccati – dice Amella – facendo un doveroso bagno di umiltà e chiedendo lo stato di pre-dissesto, accompagnando così la città delicatamente e senza traumi verso un dolce fallimento, preferisce fare come Sansone, incatenato al tempio con i filistei, e far crollare la città sotto il peso dei debiti”.

“Il Sindaco ha deciso di far stralciare dai bilanci delle partecipate, crediti per un totale di oltre 38 milioni di euro e, tutto questo, per evitare che l’intero sistema finanziario della città, quindi il Comune con tutte le altre partecipate, vada in default. Questo orientamento amministrativo ricorda le scelte irresponsabili e rocambolesche di molte società di fine anni ’90 del secolo scorso, primi anni di questo secolo, in cui per l’appunto grandi aziende ne creavano di più piccole nelle quali inserire elementi poco produttivi e riversare i propri debiti, per far sì che queste ultime fallissero e le società-madre potessero salvarsi”.

“Con questa mossa – continua la grillina – il Sindaco non fa altro che postdatare una situazione già grave, rendendola ancora più grave, in quanto lo stralcio dei crediti delle partecipate espone queste ultime all’assalto dei creditori. Non si dimentichi che per creare Rap dal fallimento AMIA sono stati messi a garanzia i mezzi ed il 49 per cento delle azioni di AMG Energia, e che questa perdita di solidità di Rap può far sì che i creditori, temendo di avere una perdita più grave, inizino ad esigere i loro crediti nei confronti della società, chiedendo la vendita dei mezzi, con la conseguente impossibilità per l’azienda di effettuare la raccolta dei rifiuti con pesanti ricadute sanitarie sulla città”.

“Fino a quando il Consiglio Comunale e la maggioranza non comprenderanno che ormai si sta seguendo solo la vanità di un unico uomo (il quale, in un lontano passato, ha effettivamente portato una ventata di speranza e di novità nella nostra città, poi però completamente disattese) faremo quello che abbiamo fatto finora, cioè cammineremo tutti allegramente tenendoci per mano, cantando Kumbaya e godendo di Manifesta e Palermo capitale della Cultura, mentre ci dirigiamo ciecamente verso il baratro”.

E conclude paragonando Orlando a Luigi XV: “Di fatto, il professore, che il Sindaco lo sa fare, per una mera questione di orgoglio (infatti all’inizio della sua ultima sindacatura ha affermato che non ci sarebbe stato un successore della sua politica, una sorta di ‘dopo di noi il diluvio’ come un novello Luigi XV), preferisce buttare nel mare infestato dagli squali (i creditori), le partecipate ferite a morte e sanguinanti, sperando forse che poi, sazi, questi ultimi non si scaglino verso la città”.

Parole, dunque, di fuoco che però siamo certi non scalfiranno Orlando, forte di una solida maggioranza in consiglio comunale (soprattutto trasversale) che non ha alcuna intenzione di togliere le tende o in un’ipotesi, che si è già dimostrata solo una provocazione, di chiederne le dimissioni. Quindi, a meno di sorprese, la data di fine mandato rimane sempre quella: il 2022.  Ma resta di capire come Palermo possa arrivarci indenne. Tutto il resto, tranquilli, fa parte del “Truman show” della politica.

Anche l’Istituto demoscopico Ipsos, guidato da Nando Pagnoncelli, non ha dubbi: la Lega continua nella sua “scalata” raccogliendo il 30,1 per cento dei consensi contro il 29,9 del movimento cinquestelle. Già in un nostro articolo avevamo pubblicato i dati elaborati da Swg, che davano il M5S sorpassato dal partito di Salvini Era il 18 giugno e adesso, ad appena 5 giorni di distanza, la forbice si è allargata ancora di più. Il sondaggio è stato commissionato dal Corriere della Sera.

Le ragioni dell’effetto “S”, ossia effetto Salvini, come viene definito dagli analisti, consisterebbero, secondo il loro ragionamento, nell’avere “recepito al meglio il sentire degli italiani ed aver mantenuto, fino adesso, ciò che aveva promesso”. E lo stesso  direttore de La7, Enrico Mentana, in un post su facebook, ha analizzato la strategia di Salvini e il suo modo di approcciarsi con la gente: “Non fate l’errore di sottovalutarlo, da odiatori e ammiratori (e soprattutto i primi). Lui non improvvisa e sa quel vuole. La sua agenda raccoglie a colpo sicuro pulsioni e passioni di una parte corposa dell’opinione pubblica che aspettava solo la figura che avesse forza (o la spregiudicatezza) di rappresentare ciò che a lungo è stato considerato indicibile o politicamente troppo scorretto”.

Quindi secondo Mentana, tutto sapientemente costruito in ogni specifico aspetto. E in effetti è così, come, ad esempio, l’aver saputo, sin dall’inizio, mantenere la “scena” senza mai perdere colpi e, soprattutto, mettendo nell’ombra i cinquestelle che fino adesso sono rimasti sempre in “difesa”, senza mai riuscire a superare la metà del campo e arrivare in area di “rigore”.

E, oggi, più in difficoltà di ieri, dopo la doccia fredda del ministro all’Economia, Giovanni Tria, sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5S, che ora rischia di sciogliersi come neve al sole. Il ministro, infatti, avrebbe “innervosito” parecchio Di Maio dicendo che “nel 2018 ci saranno solo provvedimenti a costo zero”. Ovviamente è chiaro che Di Maio e i cinquestelle si giocano tutto su questo provvedimento e un eventuale slittamento o addirittura “congelamento” avrebbe effetti devastanti per i pentastellati.

I retroscenisti, infatti, parlano del pontiere Roberto Fico, come l’uomo che starebbe riannodando i fili con il Pd. Nelle stanze grilline si teme che Salvini, forse immediatamente dopo le europee del 2019, forte magari di una vittoria schiacciante, potrebbe staccare la spina al governo e tentare la strada delle elezioni o fare un governo con il centrodestra con lui premier.

Intanto, il consenso di Salvini, come confermato da questo sondaggio, sembra inattaccabile e i cinquestelle dovranno affrettarsi ad inventarsi qualcosa per non vedere ancora di più eroso il loro consenso che, se dovesse crollare al sud, loro roccaforte di voti, li vedrebbe condannati ad essere subalterni alla Lega. E in quel caso, chissà, il movimento potrebbe implodere, con la conseguente resa dei conti, che vedrebbe Di Maio immolato come agnello sacrificale.