Ho sempre ritenuto Berlusconi un maestro di ingegno. Di quelli sagacemente abili nel trasformare i tanti ranocchi del suo stagno in principi da corte. Dote direi rarissima, ma indiscutibilmente vera. Nessuna possibilità di smentita o di dubbio. Quasi come un dogma da filiazione estrema.


Il suo ego autocelebrativo non ha eguali, anche se io sostengo che se si cerca bene, nelle pieghe di questo nostro Paese, qualche altro Mr. B. in fasce lo troveremmo sicuramente. Ma mi spiego meglio. In tempi diciamo non sospetti, cioè quando l’uomo di Arcore era ancora lontano dalla politica, lui era già un incredibile venditore di se stesso e delle sue aziende. Uno straordinario calumet, un cerimoniere che ammaliava le platee di tutta Italia dispensando consigli e segreti ai suoi venditori. Publitalia docet. Diceva sempre: “Ricordate che ai clienti bisogna parlare per immagini piuttosto che per concetti. La logica convince ma viene presto dimenticata, invece l’immagine colpisce e viene sempre ricordata”. Insegnamenti “sacri” di cui gli italiani hanno fatto tesoro per quasi un ventennio.
Però, c’è sempre un però nella storia di ognuno di noi. Silvio, l’uomo dalla statura del rialzo, l’Araba fenice del secondo millennio, ci sorprende ancora e ci lascia trasecolati anche nei suoi riti epistolari a noi conosciuti: dal contratto con gli italiani fino agli opuscoli elettorali puntualmente recapitati ai nostri domicili a qualche giorno dal voto. Ed è proprio nella lettera che ho trovato nella mia cassetta postale il manifestarsi di tutto il mio stupore. 
Lui, il venditore di Arcore, che scrive per ricordarmi tutto ciò che ha fatto e farà per il nostro bene chiedendo, infine, il mio sostegno alla sua battaglia politica. Leggo e rileggo le righe. Ma all’improvviso mi accorgo che il “Caro Francesco” a cui lui si rivolgeva non potevo essere io. Guardo bene la busta e mi accorgo che il destinatario era mio padre che, nell’aprile del 2008, aveva lasciato la vita terrena per l’eterno riposo. Sorrido e per un attimo il mio pensiero va al mio caro papà riportato in vita, per qualche istante, da Berlusconi. Se non è questo il vero miracolo italiano: riuscire a scrivere e a parlare persino ai morti.

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