di Gaetano Càfici. Il grido di dolore e di speranza, che abbiamo ascoltato a Lampedusa nelle parole del vero e unico rivoluzionario moderno, chiamato Papa Francesco, è caduto nel limbo dell’indifferenza. 

Di questa strana sindrome, che pervade la nostra società e di cui non riusciamo a trovare l’albero genealogico, siamo costantemente colpiti come lo si fa con i birilli che stanno là, statici, a subire colpo dopo colpo. 
Brutta parola l’indifferenza, ma ancor più brutta l’immagine di quel “lager”che, a Lampedusa, dovrebbe essere un luogo di accoglienza e, invece, diviene girone infernale. Le parole del Papa come gocce instillate a chi ha perduto di vista il senso delle cose. Nulla sarà come prima in quel luogo di martirio, dove i trafficanti di uomini non vengono “fermati” e dove la politica fa solo passerella per evidenti “ragion di stato”.
 
Si sente parlare di confini che l’uomo può solo disegnare nelle carte geografiche e che sembrano inesistenti, ma ciclicamente varcati per portare quell’effimera speranza di una vita migliore. In fondo nell’isola che non c’è”, le parole di “Francesco il rivoluzionario” rimangono inascoltate. Come se si trattasse di sillabe usate solo per riempire dei fogli vuoti.
Parole dure, invece, come le pietre che non possiamo dimenticare: immigrati morti in mare, da quelle barche che, invece di essere una via di speranza, sono state una via di morte. Risvegliamo le nostre coscienze, perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore”.

E talmente dimenticate, come quelle bocche cucite con ago filo da quegli uomini disperati che con quel gesto hanno voluto lanciare l’urlo silenzioso e estremo all’indifferenza dei governanti del mondo, spettatori privilegiati, ma incapaci di ascoltare le parole dell’ultimo grande uomo della terra. 
Sordi e ciechi per bieca utilità. Perché non porta “gloria” parlare degli “ultimi”, di uomini, di donne e bambini inghiottiti da un mare che come diceva il mio amico pescatore: “può essere buono, ma allo stesso tempo tradituri”. 

 

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