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Si comincia a far sentire l’effetto post referendum per il partito di Giorgia Meloni che perde quasi un punto percentuale rispetto a prima. Si rafforzano, invece, Pd e M5S con il “campo largo” sempre avanti. E’ quanto emerge dall’ultime rivelazione di Supermedia Agi/Youtrend.

Il dato più evidente è il calo netto di Fratelli d’Italia, che perde quasi un punto rispetto alle rilevazioni precedenti al voto. Si tratta di una flessione rilevante, soprattutto considerando la stabilità mostrata dal partito negli ultimi mesi.
Il risultato sembra suggerire un impatto diretto del referendum sul consenso della principale forza di governo.

Al contrario, gli alleati di coalizione non sembrano risentire della stessa dinamica. Lega e Forza Italia, infatti, mostrano segnali di tenuta e persino di lieve crescita. Questo elemento è particolarmente interessante perché indica una redistribuzione interna al centrodestra. Non si tratta quindi di una crisi complessiva della coalizione, ma di un riequilibrio tra i suoi componenti. Sul fronte opposto, i principali partiti di opposizione registrano un rafforzamento.
Il Partito Democratico consolida la propria posizione, beneficiando probabilmente del clima post-referendario. Anche il Movimento 5 Stelle appare in crescita, confermando una fase positiva. Entrambi sembrano intercettare parte del consenso in uscita da Fratelli d’Italia.

La conseguenza più rilevante riguarda però il quadro delle coalizioni. La somma del cosiddetto “campo largo” torna, infatti, davanti al centrodestra. Il vantaggio è minimo, inferiore al mezzo punto, ma comunque simbolicamente importante. Si tratta di un’inversione rispetto a una tendenza che aveva visto il centrodestra stabilmente in testa.

Questo dato suggerisce un equilibrio politico sempre più competitivo. Nessuna delle due aree appare in grado di prevalere nettamente sull’altra. Il risultato del referendum sembra aver riaperto la partita.

Un altro aspetto interessante riguarda l’evoluzione dell’opinione pubblica. I sondaggi iniziano infatti a misurare le percezioni degli italiani sulle conseguenze del voto. Emergono valutazioni che coinvolgono sia il governo sia le opposizioni. Per l’esecutivo, il referendum rappresenta un banco di prova importante. Il calo di consenso di Fratelli d’Italia potrebbe riflettere un giudizio critico su questa fase. Allo stesso tempo, la tenuta degli alleati attenua l’impatto complessivo. Per le opposizioni, invece, si apre una finestra di opportunità. Il rafforzamento nei sondaggi indica una maggiore capacità di mobilitazione. Resta però da capire se questo vantaggio sarà consolidato nel medio periodo.

In conclusione, la Supermedia evidenzia un sistema politico in movimento. Il referendum ha prodotto effetti tangibili sugli equilibri tra i partiti. Le prossime rilevazioni saranno decisive per capire se si tratta di un cambiamento strutturale o temporaneo.

Queste le percentuali dei partiti

FDI 27,9 (-0,9)
PD 22,0 (+0,4)
M5S 12,9 (+0,5)
Forza Italia 9,0 (+0,3)
Lega 6,9 (+0,4)
Verdi/Sinistra 6,4 (-0,3)
Futuro Nazionale 3,3 (+0,1)
Azione 3,1 (-0,2)
Italia Viva 2,3 (+0,1)
+Europa 1,5 (-0,1)
Noi Moderati 1,0 (-0,1)*

Supermedia coalizioni 2022

Supermedia coalizioni 2026

(fonte Agi – foto: Avvenire)

Una situazione davvero drammatica sul versante finanziario e, a pagare il prezzo più alto della guerra in Iran, sarebbe proprio l’Italia, indicata come l’economia più vulnerabile nello scenario europeo. Le previsioni per il 2026 parlano di un Pil in crescita dello 0,4%, esattamente la metà rispetto allo 0,8% stimato in precedenza. Un rallentamento significativo che riflette la forte dipendenza energetica del Paese e la sua esposizione agli aumenti dei prezzi delle materie prime.

La crisi innescata dalla guerra in medioriente, rischia di avere effetti profondi e duraturi sull’economia globale, con l’Europa in prima linea tra le aree più esposte agli shock energetici e geopolitici. Secondo le nuove stime diffuse da Standard & Poor’s nel suo Global Economic Outlook, il quadro macroeconomico del continente appare in netto peggioramento, con una crescita rivista al ribasso in quasi tutti i principali Paesi. Il rallentamento non riguarda però solo l’Italia. Anche il Regno Unito registra una revisione al ribasso di quattro decimali, con la crescita attesa che scende dall’1,4% all’1%. L’intera area euro mostra segnali di indebolimento, fermandosi a un incremento dell’1% rispetto al precedente 1,2%.

In questo contesto, alcune economie sembrano reggere meglio l’urto. La Germania mantiene una crescita prevista dello 0,8%, sostenuta da politiche di stimolo fiscale, mentre la Francia si conferma relativamente più solida con un aumento del Pil stimato all’1,9%. Tuttavia, si tratta di equilibri fragili, fortemente legati all’evoluzione del conflitto e ai suoi effetti sui mercati energetici. Il nodo centrale resta infatti il prezzo del petrolio e, più in generale, dell’energia. Secondo S&P Global Ratings, i rischi economici globali legati alla guerra in Medio Oriente sono “in rapido aumento”. Una dinamica che potrebbe innescare nuove pressioni inflazionistiche, soprattutto in Europa.

Lo scenario più critico ipotizza che, in caso di shock petrolifero più intenso e prolungato, l’inflazione nell’area euro possa superare il 5% già tra maggio e giugno. Un livello che metterebbe sotto forte stress famiglie e imprese, riducendo il potere d’acquisto e frenando consumi e investimenti.

Le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi: una recessione tecnica a metà anno non è esclusa. Due trimestri consecutivi di crescita negativa rappresenterebbero un duro colpo per un continente già alle prese con una ripresa economica debole e disomogenea. Anche gli Stati Uniti non sono immuni. Il rapporto evidenzia come i rischi per l’economia americana siano orientati “decisamente al ribasso”, segno di un rallentamento globale che potrebbe coinvolgere tutte le principali economie avanzate.

In definitiva, la guerra in Iran si configura non solo come una crisi geopolitica, ma come un potenziale detonatore economico capace di ridefinire gli equilibri globali. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la sfida sarà contenere gli effetti dello shock energetico evitando che si trasformi in una crisi strutturale di lungo periodo.

Un altra grana, dunque, per Giorgia Meloni che, ad un anno dalle politiche, si vede costretta ad affrontare una grave crisi politico-finanziaria, dopo la batosta referendaria, assieme ad una instabilità interna del suo governo. Tutto ciò in un quadro sfilacciato e a soli sei mesi dallo conclusione del Pnrr che, nei fatti, non le permetterebbe l’utilizzo di risorse economiche aggiuntive.

È scontro aperto ai vertici del Movimento 5 Stelle. Beppe Grillo ha deciso di passare alle vie legali per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo del Movimento, aprendo di fatto una nuova fase di tensione con la leadership guidata da Giuseppe Conte.

Secondo quanto riferito da fonti vicine al co-fondatore, l’atto di citazione è stato notificato al Tribunale di Roma, con una prima udienza fissata per il mese di luglio. Al centro della contesa c’è la proprietà del marchio “Movimento 5 stelle”, elemento identitario e politico di primaria importanza per la forza nata nel 2009.

A sostenere pubblicamente la posizione di Grillo è anche Marco Bella, che in un lungo intervento sui social ha attaccato duramente l’attuale dirigenza. Secondo Bella, in “un mondo normale” non sarebbe necessario ricorrere a un’azione legale per ottenere la restituzione di qualcosa che appartiene al fondatore.

L’ex deputato ha ricordato il ruolo centrale di Grillo nella costruzione del Movimento, sottolineando sacrifici personali, investimenti economici e l’esposizione a numerose azioni giudiziarie. Da qui l’accusa implicita a Conte di ingratitudine, nonostante il percorso politico che lo ha portato fino alla guida del governo.

Nel suo intervento, Bella ha inoltre criticato alcune scelte politiche recenti, come l’apertura a possibili alleanze che includano figure come Matteo Renzi, ricordando la crisi che portò alla caduta del governo Conte II. Non mancano riferimenti polemici anche ad altri protagonisti della scena politica, come Matteo Salvini e Umberto Bossi, evocati per sottolineare la gravità dello scontro interno. Tra i punti più contestati, anche la gestione degli iscritti e il rispetto delle regole fondative, come il limite dei due mandati. Bella denuncia un allontanamento dai principi originari e parla di una trasformazione del Movimento in una struttura più orientata al potere che alla coerenza.

La battaglia legale, si preannuncia complessa e potenzialmente lunga. In gioco non c’è solo un simbolo, ma l’identità stessa di una delle forze politiche più rilevanti degli ultimi anni.

Grillo, conclude Bella, sarebbe pronto a esporsi in prima persona ancora una volta, anche sul piano economico, pur di difendere quella che considera una battaglia di dignità. Dall’altra parte, però, la dirigenza attuale non sembra intenzionata a fare passi indietro. Il confronto è ormai aperto e il verdetto finale potrebbe ridefinire gli equilibri interni e il futuro del movimento fondato dal comico di Genova, assieme al suo ideologo, Gianroberto Casaleggio.