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La cooperazione siciliana non getta i numeri a caso: con 100 mila soci e un valore complessivo di oltre 5 miliardi di euro, non è solo una forza sociale ma economica e politica. E come tale si pone come interlocutore accreditato, che pretende l’attenzione concreta delle istituzioni. Oggi è stata una giornata importante per la cooperazione siciliana: l’NH Hotel di Palermo ha visto svolgersi gli Stati Generali della Cooperazione siciliana durante i quali è stata presentata una piattaforma in otto punti redatta da Confcooperative, Legacoop, UNCI e Unicoop, quattro “centrali” cooperative che per la prima volta in quarant’anni si sono mosse con un solo cuore. La piattaforma programmatica è nata dall’ascolto delle diverse voci, esperienze e personalità, è nata dai tantissimi giovani soci presenti, ma è soprattutto un documento che punta ad aprire un confronto strutturato con il Governo e l’Assemblea regionale sul futuro economico della Sicilia, su temi importanti come cooperazione sociale, agricoltura, pesca, credito, servizi, cultura, turismo, logistica, innovazione, welfare territoriale.

IL VIDEO DEGLI STATI GENERALI DELLA COOPERAZIONE

 

“Quello di oggi è un inizio, un’occasione il cui valore di base è stato l’essere uniti – spiega Gaetano Mancini di Confcooperative -. La presenza imponente delle istituzioni evidenzia che abbiamo saputo portare all’attenzione del Governo e dell’Assemblea regionale i temi cooperativi. Abbiamo avanzato proposte concrete e lavoreremo per portarle a compimento nell’ interesse delle cooperative siciliane” mentre Filippo Parrino per Legacoop Sicilia sottolinea che “centomila soci sono una realtà importante: oggi presentiamo una piattaforma economica che racconta la cooperazione siciliana. Non serve assistenzialismo ma creare mezzi e opportunità necessarie”. Felice Coppolino per Unicoop Sicilia spiega che “La cooperazione può diventare volano di rinascita e di investimenti per la nostra terra. Un obiettivo che possiamo raggiungere con l’istituzione di un tavolo permanente tra il mondo della cooperazione e il governo regionale”, mentre Andrea Amico di Unci Sicilia, aggiunge che “La cooperazione siciliana può svolgere una funzione decisiva non soltanto come componente del sistema economico regionale, ma come infrastruttura organizzativa capace di connettere sviluppo, coesione sociale e presidio dei territori”. L’incontro è stato moderato da Elvira Terranova (ADNkronos).

L’obiettivo dichiarato è passare “da un welfare di prestazione a un welfare di comunità”. La piattaforma individua otto grandi assi strategici sui quali costruire il confronto con la Regione. Al centro ci sono credito e finanza, con la richiesta di strumenti dedicati e di una piena operatività del credito agevolato alla cooperazione; energia e transizione ecologica, con lo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili e dei distretti cooperativi energia-produzione; rafforzamento delle filiere agroalimentari, ittiche, culturali e turistiche attraverso reti integrate e nuove strategie di export verso il Mediterraneo; attenzione al welfare territoriale e alla cooperazione sociale, che rappresenta uno dei pilastri del sistema regionale, e che attende risposte immediate.

Le richieste del mondo cooperativo riguardano il riordino normativo, la creazione di strumenti ad hoc, l’adeguamento delle tariffe ai costi reali dei servizi, il rispetto dei tempi di pagamento, l’attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali e il rafforzamento dell’amministrazione condivisa tra enti pubblici e cooperative. Si è parlato di sostegno alle cooperative di comunità nelle aree interne colpite dallo spopolamento e di emergenza abitativa (interessanti i nuovi progetti dell’assessorato regionale alle Attività produttive riportati dall’assessore Edy Tamajo e quelli dell’Assessorato alle Infrastrutture presentati dall’assessore Alessandro Aricò); di trasformazione digitale e recupero produttivo dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Gli Stati Generali hanno anche chiesto l’istituzione di un tavolo permanente Regione-Cooperazione, strumenti di co-programmazione, un Action-plan dell’economia sociale e un accordo stabile che coinvolga enti locali, università e sistema finanziario.

 

 

 

 

Si comincia a far sentire l’effetto post referendum per il partito di Giorgia Meloni che perde quasi un punto percentuale rispetto a prima. Si rafforzano, invece, Pd e M5S con il “campo largo” sempre avanti. E’ quanto emerge dall’ultime rivelazione di Supermedia Agi/Youtrend.

Il dato più evidente è il calo netto di Fratelli d’Italia, che perde quasi un punto rispetto alle rilevazioni precedenti al voto. Si tratta di una flessione rilevante, soprattutto considerando la stabilità mostrata dal partito negli ultimi mesi.
Il risultato sembra suggerire un impatto diretto del referendum sul consenso della principale forza di governo.

Al contrario, gli alleati di coalizione non sembrano risentire della stessa dinamica. Lega e Forza Italia, infatti, mostrano segnali di tenuta e persino di lieve crescita. Questo elemento è particolarmente interessante perché indica una redistribuzione interna al centrodestra. Non si tratta quindi di una crisi complessiva della coalizione, ma di un riequilibrio tra i suoi componenti. Sul fronte opposto, i principali partiti di opposizione registrano un rafforzamento.
Il Partito Democratico consolida la propria posizione, beneficiando probabilmente del clima post-referendario. Anche il Movimento 5 Stelle appare in crescita, confermando una fase positiva. Entrambi sembrano intercettare parte del consenso in uscita da Fratelli d’Italia.

La conseguenza più rilevante riguarda però il quadro delle coalizioni. La somma del cosiddetto “campo largo” torna, infatti, davanti al centrodestra. Il vantaggio è minimo, inferiore al mezzo punto, ma comunque simbolicamente importante. Si tratta di un’inversione rispetto a una tendenza che aveva visto il centrodestra stabilmente in testa.

Questo dato suggerisce un equilibrio politico sempre più competitivo. Nessuna delle due aree appare in grado di prevalere nettamente sull’altra. Il risultato del referendum sembra aver riaperto la partita.

Un altro aspetto interessante riguarda l’evoluzione dell’opinione pubblica. I sondaggi iniziano infatti a misurare le percezioni degli italiani sulle conseguenze del voto. Emergono valutazioni che coinvolgono sia il governo sia le opposizioni. Per l’esecutivo, il referendum rappresenta un banco di prova importante. Il calo di consenso di Fratelli d’Italia potrebbe riflettere un giudizio critico su questa fase. Allo stesso tempo, la tenuta degli alleati attenua l’impatto complessivo. Per le opposizioni, invece, si apre una finestra di opportunità. Il rafforzamento nei sondaggi indica una maggiore capacità di mobilitazione. Resta però da capire se questo vantaggio sarà consolidato nel medio periodo.

In conclusione, la Supermedia evidenzia un sistema politico in movimento. Il referendum ha prodotto effetti tangibili sugli equilibri tra i partiti. Le prossime rilevazioni saranno decisive per capire se si tratta di un cambiamento strutturale o temporaneo.

Queste le percentuali dei partiti

FDI 27,9 (-0,9)
PD 22,0 (+0,4)
M5S 12,9 (+0,5)
Forza Italia 9,0 (+0,3)
Lega 6,9 (+0,4)
Verdi/Sinistra 6,4 (-0,3)
Futuro Nazionale 3,3 (+0,1)
Azione 3,1 (-0,2)
Italia Viva 2,3 (+0,1)
+Europa 1,5 (-0,1)
Noi Moderati 1,0 (-0,1)*

Supermedia coalizioni 2022

Supermedia coalizioni 2026

(fonte Agi – foto: Avvenire)

Una situazione davvero drammatica sul versante finanziario e, a pagare il prezzo più alto della guerra in Iran, sarebbe proprio l’Italia, indicata come l’economia più vulnerabile nello scenario europeo. Le previsioni per il 2026 parlano di un Pil in crescita dello 0,4%, esattamente la metà rispetto allo 0,8% stimato in precedenza. Un rallentamento significativo che riflette la forte dipendenza energetica del Paese e la sua esposizione agli aumenti dei prezzi delle materie prime.

La crisi innescata dalla guerra in medioriente, rischia di avere effetti profondi e duraturi sull’economia globale, con l’Europa in prima linea tra le aree più esposte agli shock energetici e geopolitici. Secondo le nuove stime diffuse da Standard & Poor’s nel suo Global Economic Outlook, il quadro macroeconomico del continente appare in netto peggioramento, con una crescita rivista al ribasso in quasi tutti i principali Paesi. Il rallentamento non riguarda però solo l’Italia. Anche il Regno Unito registra una revisione al ribasso di quattro decimali, con la crescita attesa che scende dall’1,4% all’1%. L’intera area euro mostra segnali di indebolimento, fermandosi a un incremento dell’1% rispetto al precedente 1,2%.

In questo contesto, alcune economie sembrano reggere meglio l’urto. La Germania mantiene una crescita prevista dello 0,8%, sostenuta da politiche di stimolo fiscale, mentre la Francia si conferma relativamente più solida con un aumento del Pil stimato all’1,9%. Tuttavia, si tratta di equilibri fragili, fortemente legati all’evoluzione del conflitto e ai suoi effetti sui mercati energetici. Il nodo centrale resta infatti il prezzo del petrolio e, più in generale, dell’energia. Secondo S&P Global Ratings, i rischi economici globali legati alla guerra in Medio Oriente sono “in rapido aumento”. Una dinamica che potrebbe innescare nuove pressioni inflazionistiche, soprattutto in Europa.

Lo scenario più critico ipotizza che, in caso di shock petrolifero più intenso e prolungato, l’inflazione nell’area euro possa superare il 5% già tra maggio e giugno. Un livello che metterebbe sotto forte stress famiglie e imprese, riducendo il potere d’acquisto e frenando consumi e investimenti.

Le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi: una recessione tecnica a metà anno non è esclusa. Due trimestri consecutivi di crescita negativa rappresenterebbero un duro colpo per un continente già alle prese con una ripresa economica debole e disomogenea. Anche gli Stati Uniti non sono immuni. Il rapporto evidenzia come i rischi per l’economia americana siano orientati “decisamente al ribasso”, segno di un rallentamento globale che potrebbe coinvolgere tutte le principali economie avanzate.

In definitiva, la guerra in Iran si configura non solo come una crisi geopolitica, ma come un potenziale detonatore economico capace di ridefinire gli equilibri globali. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la sfida sarà contenere gli effetti dello shock energetico evitando che si trasformi in una crisi strutturale di lungo periodo.

Un altra grana, dunque, per Giorgia Meloni che, ad un anno dalle politiche, si vede costretta ad affrontare una grave crisi politico-finanziaria, dopo la batosta referendaria, assieme ad una instabilità interna del suo governo. Tutto ciò in un quadro sfilacciato e a soli sei mesi dallo conclusione del Pnrr che, nei fatti, non le permetterebbe l’utilizzo di risorse economiche aggiuntive.