“Da mamma distrutta posso solo credere alla giustizia divina e basta”. Fabiola Galioto non nasconde la rabbia davanti alla possibilità che Gaetano Maranzano, il ventinovenne dello Zen che ha confessato di avere ucciso suo figlio Paolo Taormina, possa ottenere un permesso per uscire dal carcere e andare a pregare sulla tomba della nonna.

Come scrive Fabio Geraci sul Giornale di Sicilia, è passato poco più di un anno dall’omicidio del giovane, assassinato il 12 ottobre 2025 con un colpo di pistola alla testa davanti al pub della famiglia all’Olivella. Ma per sua madre il dolore è ancora quello della prima notte. E la notizia che l’uomo accusato di averle portato via il figlio possa lasciare temporaneamente il Pagliarelli, dove è detenuto, ha riaperto una ferita mai rimarginata.

“Non credo nella giustizia”, scrive Fabiola, spiegando anche perché non vuole partecipare alle iniziative che le vengono proposte per ricordare Paolo. “Quando mi dicono facciamo una manifestazione, facciamo un’associazione, dico che non voglio fare nulla». La donna definisce Maranzano “un mostro” che “neanche dovrebbe vedere la luce” e chiede punizioni severe. “Invece tutto questo non c’è, non esiste. È passato un anno e già esce un articolo di questo”.

Il riferimento è alla vicenda giudiziaria raccontata dal Giornale di Sicilia. La Cassazione ha annullato il provvedimento che aveva negato a Maranzano la possibilità di recarsi al cimitero per rendere omaggio alla nonna, morta durante la sua detenzione. Quando l’anziana era gravemente malata, il Gip aveva già autorizzato il giovane a raggiungerla a casa, ma quell’incontro non era stato possibile. Dopo il decesso, il ventinovenne aveva chiesto di riunirsi ai parenti oppure di andare sulla tomba.

I giudici avevano respinto entrambe le domande, sostenendo che avrebbe potuto trovare conforto anche in cella. La Cassazione ha confermato il no all’incontro con i familiari, ma ha disposto un nuovo esame per la seconda richiesta. Per la Suprema corte, la perdita di una persona cara è un fatto “sicuramente eccezionale nel percorso di vita di ogni persona”. La gravità del reato contestato non basta, da sola, a escludere questa possibilità. Non c’è dunque ancora alcuna autorizzazione: toccherà alla Corte d’appello valutare nuovamente il caso e le eventuali misure di sicurezza.

Per Fabiola Galioto, però, anche la sola ipotesi è difficile da accettare. Nel primo anniversario dell’omicidio aveva affidato ai social parole cariche di dolore: “Amore mio figlio adorato, è passato un anno da quella maledetta sera. Un anno e sarà per sempre che la mia vita è cambiata, è finita». E ancora: «È un anno che non ti vedo, che non sento la tua voce, che non vedo più il tuo sorriso”.

Dopo il rinvio a giudizio di Maranzano aveva detto: “Non cerco vendetta. Cerco verità. Cerco giustizia per Paolo, per la sua vita spezzata, per il suo sorriso, per tutto ciò che avrebbe ancora dovuto vivere”. Adesso alle parole di speranza si aggiunge una profonda sfiducia.

In foto Paolo Taormina il giovane assassinato da Gaetano Maranzano

Paolo Taormina aveva vent’anni quando venne assassinato davanti a O’ Scruscio, il locale di famiglia in via Spinuzza. Era uscito per cercare di riportare la calma durante una rissa quando, secondo l’accusa, Maranzano gli si avvicinò e gli sparò alla testa da distanza ravvicinata. Rintracciato poche ore dopo, confessò il delitto. La Procura gli contesta l’omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Il processo davanti alla Corte d’assise comincerà il 10 novembre.

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