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Si comincia a far sentire l’effetto post referendum per il partito di Giorgia Meloni che perde quasi un punto percentuale rispetto a prima. Si rafforzano, invece, Pd e M5S con il “campo largo” sempre avanti. E’ quanto emerge dall’ultime rivelazione di Supermedia Agi/Youtrend.

Il dato più evidente è il calo netto di Fratelli d’Italia, che perde quasi un punto rispetto alle rilevazioni precedenti al voto. Si tratta di una flessione rilevante, soprattutto considerando la stabilità mostrata dal partito negli ultimi mesi.
Il risultato sembra suggerire un impatto diretto del referendum sul consenso della principale forza di governo.

Al contrario, gli alleati di coalizione non sembrano risentire della stessa dinamica. Lega e Forza Italia, infatti, mostrano segnali di tenuta e persino di lieve crescita. Questo elemento è particolarmente interessante perché indica una redistribuzione interna al centrodestra. Non si tratta quindi di una crisi complessiva della coalizione, ma di un riequilibrio tra i suoi componenti. Sul fronte opposto, i principali partiti di opposizione registrano un rafforzamento.
Il Partito Democratico consolida la propria posizione, beneficiando probabilmente del clima post-referendario. Anche il Movimento 5 Stelle appare in crescita, confermando una fase positiva. Entrambi sembrano intercettare parte del consenso in uscita da Fratelli d’Italia.

La conseguenza più rilevante riguarda però il quadro delle coalizioni. La somma del cosiddetto “campo largo” torna, infatti, davanti al centrodestra. Il vantaggio è minimo, inferiore al mezzo punto, ma comunque simbolicamente importante. Si tratta di un’inversione rispetto a una tendenza che aveva visto il centrodestra stabilmente in testa.

Questo dato suggerisce un equilibrio politico sempre più competitivo. Nessuna delle due aree appare in grado di prevalere nettamente sull’altra. Il risultato del referendum sembra aver riaperto la partita.

Un altro aspetto interessante riguarda l’evoluzione dell’opinione pubblica. I sondaggi iniziano infatti a misurare le percezioni degli italiani sulle conseguenze del voto. Emergono valutazioni che coinvolgono sia il governo sia le opposizioni. Per l’esecutivo, il referendum rappresenta un banco di prova importante. Il calo di consenso di Fratelli d’Italia potrebbe riflettere un giudizio critico su questa fase. Allo stesso tempo, la tenuta degli alleati attenua l’impatto complessivo. Per le opposizioni, invece, si apre una finestra di opportunità. Il rafforzamento nei sondaggi indica una maggiore capacità di mobilitazione. Resta però da capire se questo vantaggio sarà consolidato nel medio periodo.

In conclusione, la Supermedia evidenzia un sistema politico in movimento. Il referendum ha prodotto effetti tangibili sugli equilibri tra i partiti. Le prossime rilevazioni saranno decisive per capire se si tratta di un cambiamento strutturale o temporaneo.

Queste le percentuali dei partiti

FDI 27,9 (-0,9)
PD 22,0 (+0,4)
M5S 12,9 (+0,5)
Forza Italia 9,0 (+0,3)
Lega 6,9 (+0,4)
Verdi/Sinistra 6,4 (-0,3)
Futuro Nazionale 3,3 (+0,1)
Azione 3,1 (-0,2)
Italia Viva 2,3 (+0,1)
+Europa 1,5 (-0,1)
Noi Moderati 1,0 (-0,1)*

Supermedia coalizioni 2022

Supermedia coalizioni 2026

(fonte Agi – foto: Avvenire)

Una situazione davvero drammatica sul versante finanziario e, a pagare il prezzo più alto della guerra in Iran, sarebbe proprio l’Italia, indicata come l’economia più vulnerabile nello scenario europeo. Le previsioni per il 2026 parlano di un Pil in crescita dello 0,4%, esattamente la metà rispetto allo 0,8% stimato in precedenza. Un rallentamento significativo che riflette la forte dipendenza energetica del Paese e la sua esposizione agli aumenti dei prezzi delle materie prime.

La crisi innescata dalla guerra in medioriente, rischia di avere effetti profondi e duraturi sull’economia globale, con l’Europa in prima linea tra le aree più esposte agli shock energetici e geopolitici. Secondo le nuove stime diffuse da Standard & Poor’s nel suo Global Economic Outlook, il quadro macroeconomico del continente appare in netto peggioramento, con una crescita rivista al ribasso in quasi tutti i principali Paesi. Il rallentamento non riguarda però solo l’Italia. Anche il Regno Unito registra una revisione al ribasso di quattro decimali, con la crescita attesa che scende dall’1,4% all’1%. L’intera area euro mostra segnali di indebolimento, fermandosi a un incremento dell’1% rispetto al precedente 1,2%.

In questo contesto, alcune economie sembrano reggere meglio l’urto. La Germania mantiene una crescita prevista dello 0,8%, sostenuta da politiche di stimolo fiscale, mentre la Francia si conferma relativamente più solida con un aumento del Pil stimato all’1,9%. Tuttavia, si tratta di equilibri fragili, fortemente legati all’evoluzione del conflitto e ai suoi effetti sui mercati energetici. Il nodo centrale resta infatti il prezzo del petrolio e, più in generale, dell’energia. Secondo S&P Global Ratings, i rischi economici globali legati alla guerra in Medio Oriente sono “in rapido aumento”. Una dinamica che potrebbe innescare nuove pressioni inflazionistiche, soprattutto in Europa.

Lo scenario più critico ipotizza che, in caso di shock petrolifero più intenso e prolungato, l’inflazione nell’area euro possa superare il 5% già tra maggio e giugno. Un livello che metterebbe sotto forte stress famiglie e imprese, riducendo il potere d’acquisto e frenando consumi e investimenti.

Le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi: una recessione tecnica a metà anno non è esclusa. Due trimestri consecutivi di crescita negativa rappresenterebbero un duro colpo per un continente già alle prese con una ripresa economica debole e disomogenea. Anche gli Stati Uniti non sono immuni. Il rapporto evidenzia come i rischi per l’economia americana siano orientati “decisamente al ribasso”, segno di un rallentamento globale che potrebbe coinvolgere tutte le principali economie avanzate.

In definitiva, la guerra in Iran si configura non solo come una crisi geopolitica, ma come un potenziale detonatore economico capace di ridefinire gli equilibri globali. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la sfida sarà contenere gli effetti dello shock energetico evitando che si trasformi in una crisi strutturale di lungo periodo.

Un altra grana, dunque, per Giorgia Meloni che, ad un anno dalle politiche, si vede costretta ad affrontare una grave crisi politico-finanziaria, dopo la batosta referendaria, assieme ad una instabilità interna del suo governo. Tutto ciò in un quadro sfilacciato e a soli sei mesi dallo conclusione del Pnrr che, nei fatti, non le permetterebbe l’utilizzo di risorse economiche aggiuntive.

È scontro aperto ai vertici del Movimento 5 Stelle. Beppe Grillo ha deciso di passare alle vie legali per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo del Movimento, aprendo di fatto una nuova fase di tensione con la leadership guidata da Giuseppe Conte.

Secondo quanto riferito da fonti vicine al co-fondatore, l’atto di citazione è stato notificato al Tribunale di Roma, con una prima udienza fissata per il mese di luglio. Al centro della contesa c’è la proprietà del marchio “Movimento 5 stelle”, elemento identitario e politico di primaria importanza per la forza nata nel 2009.

A sostenere pubblicamente la posizione di Grillo è anche Marco Bella, che in un lungo intervento sui social ha attaccato duramente l’attuale dirigenza. Secondo Bella, in “un mondo normale” non sarebbe necessario ricorrere a un’azione legale per ottenere la restituzione di qualcosa che appartiene al fondatore.

L’ex deputato ha ricordato il ruolo centrale di Grillo nella costruzione del Movimento, sottolineando sacrifici personali, investimenti economici e l’esposizione a numerose azioni giudiziarie. Da qui l’accusa implicita a Conte di ingratitudine, nonostante il percorso politico che lo ha portato fino alla guida del governo.

Nel suo intervento, Bella ha inoltre criticato alcune scelte politiche recenti, come l’apertura a possibili alleanze che includano figure come Matteo Renzi, ricordando la crisi che portò alla caduta del governo Conte II. Non mancano riferimenti polemici anche ad altri protagonisti della scena politica, come Matteo Salvini e Umberto Bossi, evocati per sottolineare la gravità dello scontro interno. Tra i punti più contestati, anche la gestione degli iscritti e il rispetto delle regole fondative, come il limite dei due mandati. Bella denuncia un allontanamento dai principi originari e parla di una trasformazione del Movimento in una struttura più orientata al potere che alla coerenza.

La battaglia legale, si preannuncia complessa e potenzialmente lunga. In gioco non c’è solo un simbolo, ma l’identità stessa di una delle forze politiche più rilevanti degli ultimi anni.

Grillo, conclude Bella, sarebbe pronto a esporsi in prima persona ancora una volta, anche sul piano economico, pur di difendere quella che considera una battaglia di dignità. Dall’altra parte, però, la dirigenza attuale non sembra intenzionata a fare passi indietro. Il confronto è ormai aperto e il verdetto finale potrebbe ridefinire gli equilibri interni e il futuro del movimento fondato dal comico di Genova, assieme al suo ideologo, Gianroberto Casaleggio.

“Il conflitto in Medio Oriente rischia di lasciare cicatrici profonde sull’economia globale, anche nel caso di una rapida conclusione”. È il monito lanciato dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, intervenuto all’assemblea dei partecipanti dedicata ai conti 2025.

Secondo Panetta, gli effetti della guerra contro l’Iran non saranno temporanei: il ritorno alla normalità nel mercato energetico richiederà “tempi non brevi”. Un elemento che ha già prodotto un “brusco cambiamento” nelle prospettive economiche, costringendo la Banca centrale europea a rivedere le stime su inflazione e crescita. Anche Bankitalia si prepara ad aggiornare le proprie previsioni nei prossimi giorni, con attese orientate a un rallentamento del Pil.

L’allarme si inserisce in un quadro già segnalato dalla presidente della Bce, Christine Lagarde, che ha recentemente invitato alla prudenza, sottolineando come i mercati appaiano “troppo ottimisti” rispetto alle conseguenze del conflitto. Uno scenario che richiama, per intensità, lo shock del 2022 seguito all’invasione russa dell’Ucraina.

Sul fronte della politica monetaria, tuttavia, l’Europa si presenta oggi più solida. Panetta ha evidenziato alcuni fattori positivi: un mercato del lavoro più robusto, un sistema bancario redditizio e ben patrimonializzato. Resta però centrale l’incognita sugli effetti indiretti della crisi, in particolare sulla dinamica dei salari. Il governatore ha ribadito il rischio di un “circolo vizioso tra prezzi e retribuzioni”, storicamente temuto dalle banche centrali, anche se finora non emerso in Italia dopo la crisi del 2022. In questo contesto, la linea resta prudente: le decisioni sui tassi continueranno a essere prese “riunione per riunione”, sulla base dei dati disponibili.

Intanto, dal fronte interno arriva un segnale positivo. Dopo due anni di perdite, il bilancio della Banca d’Italia torna in utile grazie all’allentamento della politica monetaria, che ha ridotto il costo delle passività. Il risultato lordo passa così da una perdita di 7,3 miliardi nel 2024 a un utile di 3 miliardi.

Di questi, 900 milioni saranno destinati al rafforzamento del fondo rischi e 400 milioni al pagamento delle imposte. L’utile netto, pari a 1,65 miliardi, garantirà allo Stato la quota principale: 1,272 miliardi. Negli ultimi dieci anni, l’istituto centrale ha versato complessivamente all’Erario 41,3 miliardi di euro. Benefici anche per i partecipanti al capitale, tra casse previdenziali, banche e assicurazioni, che riceveranno dividendi per 340 milioni riferiti al 2025, portando il totale distribuito nell’ultimo decennio a 2,9 miliardi. Un risultato che conferma il ritorno alla solidità dell’istituto, ma che si accompagna a uno scenario macroeconomico ancora pieno di incognite.

(foto Fabio Panetta fonte Ansa)

Emerge un quadro fosco, in relazione allo stato di attuazione del PNRR, che il “Servizio Lavoro Coesione e Territorio della UIL” ha messo in evidenza, in seguito ad uno studio specifico. A denunciare lo stato delle cose e a sei mesi dalla conclusione del Piano, rimane, infatti, ancora da spendere il 46% delle risorse. I dati aggiornati al 26 febbraio 2026, parlano di una spesa del PNRR che si attesta a 104,6 miliardi di euro (il 53,8% del totale), su un totale di risorse provenienti dall’Europa pari a 194,4 miliardi di euro.

“I dati rilevano, purtroppo – afferma Ivana Veronese, segretaria Confederale UIL – un andamento ad effetto ‘moviola’, sia della messa a terra dei progetti sia della spesa effettiva. Siamo molto preoccupati dalla performance del piano e anche l’ultimo Decreto (il settimo riferito all’accelerazione della spesa), non risolve i temi di fondo per l’attuazione del PNRR. Anzi abbiamo la netta sensazione che queste misure rischiano di aumentare la burocrazia operativa per enti e imprese, anziché semplificarla concretamente. Non vorremmo – ha aggiunto Veronese – che queste norme fossero arrivate in ritardo, dal momento che siamo ai titoli di coda del PNRR”.

“Analizzando i dati dei progetti finanziati – ha continuato Ivana Veronese – la Missione 1 (Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo), ha effettuato una spesa effettiva del 67,2%; la Missione 2 (Rivoluzione verde e transizione ecologica), il 44,5%; la Missione 3 (Infrastrutture per una mobilità sostenibile) il 65%; la Missione 4 (Istruzione e ricerca), il 56,9%; la Missione 5 (Inclusione e coesione), il 42,9%; la Missione 6 (Salute), il 51,3%; la Missione 7 (RepowerEU), solo il 25,6%”.

“Guardando, dunque, i dati della spesa delle Amministrazioni Centrali – ha concluso la segretaria della Uil – il Consiglio di Stato e il Tar presentano un livello di spesa pari 75%; il Ministero della Giustizia il 72,9%; il Ministero dell’Economia e delle Finanze il 72,8%; il Ministero Imprese e del Made in Italy il 70,9%; il Ministero dell’Università e della Ricerca il 65,9%. Più indietro, il Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare fermo al 17,4%; il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali al 28,1%; il Ministero della Cultura al 29%; la Presidenza del Consiglio al 39,7%; il Ministero del Turismo al 39,8%”.

 

Dopo la “caporetto” del referendum il centrodestra accelera l’iter per una nuova legge elettorale, in considerazione che con l’attuale il campo largo, sondaggi dixit, potrebbe avere la meglio e vincere le nazionali il prossimo anno.

I due testi proposti descrivono il ritorno al centro del dibattito politico italiano della riforma della legge elettorale, con l’avvio in Commissione Affari costituzionali dell’iter del cosiddetto “Stabilicum”, pensato per superare il Rosatellum. La proposta, sostenuta dalla maggioranza di centrodestra, mira a introdurre un sistema proporzionale con premio di maggioranza, con l’obiettivo di garantire governabilità e un vincitore certo il giorno dopo il voto. L’intenzione dichiarata è quella di evitare forzature e aprire un confronto con le opposizioni, mantenendo però fermo l’impianto generale della riforma. Secondo Nazario Pagano, l’attuale legge elettorale rischia di produrre un sostanziale equilibrio tra le coalizioni, generando instabilità politica. Inoltre, sottolinea che il Rosatellum è stato concepito in un contesto diverso e che il taglio dei parlamentari ne ha accentuato i limiti. Da qui la necessità di una nuova legge condivisa, capace di assicurare stabilità e regole chiare per gli elettori. Anche Alessandro Colucci insiste sull’importanza di garantire governabilità a chi vince, evitando maggioranze parlamentari incerte.

Più deciso Riccardo De Corato, che sostiene la prosecuzione dell’iter senza ostacoli e si dichiara favorevole al ritorno delle preferenze. All’interno della maggioranza emerge comunque una certa prudenza, in particolare da parte di Forza Italia, che ritiene possibili alcune correzioni tecniche. Il punto più delicato resta il premio di maggioranza, criticato da diversi costituzionalisti e destinato a essere oggetto di confronto. Anche la Lega appare favorevole al percorso avviato, pur mantenendo un atteggiamento pragmatico e non ostacolando la riforma. Parallelamente, il contesto politico è segnato da tensioni interne alla maggioranza e da voci di rimpasto o elezioni anticipate. Tali ipotesi vengono però respinte con decisione dai principali esponenti di governo. Antonio Tajani esclude il ritorno alle urne, indicando come priorità la crescita economica. Sulla stessa linea Matteo Salvini, che assicura la tenuta del governo fino a fine legislatura. Anche Guido Crosetto lega eventuali scenari elettorali al contesto internazionale, escludendo cambiamenti imminenti.

Francesco Lollobrigida sottolinea, inoltre, che non vi è una forte richiesta di elezioni anticipate nemmeno tra le opposizioni. Nel frattempo, Fratelli d’Italia rivendica la stabilità del consenso e la solidità dell’azione di governo. Il partito sostiene che la sconfitta referendaria non abbia inciso sugli equilibri della maggioranza. Nel complesso, emerge una linea condivisa nel centrodestra: riformare la legge elettorale per garantire stabilità e chiarezza politica. Allo stesso tempo, si cerca di mantenere un dialogo con le opposizioni per evitare uno scontro frontale. La riforma appare quindi come una priorità strategica per rafforzare il sistema politico. Tuttavia, restano aperti nodi tecnici e politici che richiederanno ulteriori mediazioni.

Una situazione, dunque, che ruota attorno all’equilibrio tra rappresentanza e governabilità, con la volontà di superare le criticità dell’attuale sistema. Ovviamente l’urgenza è quella di mettere in soffitta la sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia e riscrivere le regole del gioco nel caso in cui le prossime elezioni politiche consegnassero un sostanziale pareggio tra centrodestra e campo largo. Una linea Maginot, tracciata da Giorgia Meloni, che pare essersi dimenticata dei problemi in cui versa il Paese, ma più attenta, invece, alla traballante seggiola in cui siede al momento.

Per il Pd parla Arturo Scotto. “La reazione del governo è emblematica. Anziché dire ‘fermiamoci un attimo, sediamoci e approviamo il salario minimo’, la destra non ha trovato niente di meglio che presentare la legge elettorale. Cioè il modo in cui cercano a tavolino di non perdere le elezioni”.

Si alza il livello di crisi nel conflitto tra Stati Uniti e Iran. Continuano le minacce da parte del presidente americano Donald Trump, che ha minacciato pesanti attacchi contro infrastrutture energetiche iraniane, centrali elettriche, pozzi petroliferi e l’isola di Kharg nel caso in cui non venga raggiunto un accordo che includa la riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel frattempo, la Turchia ha dichiarato di aver intercettato un quarto missile lanciato dall’Iran, neutralizzato dai sistemi di difesa aerea della NATO. Invece sul fronte europeo, la Spagna ha preso le distanze dall’operazione militare e oltre a negare l’uso delle basi di Rota e Morón, Madrid ha chiuso il proprio spazio aereo ai voli coinvolti nel conflitto. Secondo il New York Times, infine, gli Stati Uniti avrebbero utilizzato un nuovo tipo di missile balistico nei primi giorni di guerra, colpendo obiettivi civili nella città iraniana di Lamerd e causando almeno 21 vittime.

Intanto, altri due soldati Onu sono morti in Libano oggi: sarebbero caschi blu indonesiani, che operavano nella zona sud est del Paese. Almeno un’altra persona sarebbe rimasta ferita. Lo si apprende da fonti informate. Sarebbero così tre i soldati di Unifil morti nell’arco di poche ore. “Questa mattina un’esplosione ha gravemente danneggiato un veicolo dell’Unifil e diversi peacekeeper sono rimasti feriti. Alcuni dei feriti sono stati evacuati, ma non siamo riusciti a raggiungere la scena per estrarre altri due a causa della mancanza di garanzie di sicurezza. Dopo il coordinamento con le autorità libanesi e israeliane, una squadra è ora in viaggio verso il luogo dell’incidente. Fornirò aggiornamenti quando possibile”. Lo riferisce la portavoce di Unifil, Kandice Ardiel.

G7: “Pronti a tutte misure necessarie per sicurezza energetica”
“Siamo pronti ad adottare tutte le misure necessarie, in stretta collaborazione con i nostri partner, per preservare la stabilità e la sicurezza del mercato energetico. Riconosciamo l’importanza di un’azione internazionale coordinata per mitigare le ripercussioni e salvaguardare la stabilità macroeconomica”. È quanto si legge nel comunicato del G7 diffuso al termine della riunione dei governatori e dei ministri delle Finanze e dell’Energia.

 

“Abbiamo avviato un’indagine per determinare ciò che è accaduto”. Così Unifil (Forza di interposizione provvisoria delle Nazioni Unite in Libano) in una nota in cui conferma la morte di due peacekeeper oggi nel sud del Libano, nei pressi di Bani Hayyan, aggiungendo che “un’esplosione di origine sconosciuta ha distrutto il loro veicolo e un terzo peacekeeper è rimasto gravemente ferito e un quarto ha riportato lesioni”. “Gli attacchi deliberati contro i peacekeeper – prosegue la nota – costituiscono gravi violazioni” e “possono costituire crimini di guerra. Il costo umano di questo conflitto è decisamente troppo alto. La violenza, come abbiamo già detto, deve finire”.

 

 

Sirmax punta sulla formazione continua per rafforzare la sicurezza informatica e coinvolgere direttamente i propri dipendenti nella difesa aziendale. Il gruppo italiano, con sede a Cittadella e tra i principali produttori mondiali di compound in polipropilene, ha avviato un nuovo programma di security awareness affidandosi a Logos Technologies, società IT con base a Mestre.

L’iniziativa nasce dall’esigenza di proteggere un patrimonio industriale fatto di brevetti, formule e processi proprietari, in un mercato altamente competitivo come quello dei materiali termoplastici, in particolare per il settore automotive. In questo contesto, la sicurezza informatica rappresenta un elemento strategico per garantire continuità operativa e tutela del know-how.

Il progetto sviluppato con Logos Technologies, si basa su un approccio innovativo alla formazione, che supera i modelli tradizionali spesso statici e poco utilizzati. Il programma prevede contenuti video brevi, aggiornati mensilmente e pensati per essere fruiti con la stessa immediatezza dei social media.

A supporto della formazione teorica vengono introdotte simulazioni di attacchi phishing costruite sulle reali abitudini lavorative dei dipendenti. Le email simulate possono riprodurre comunicazioni apparentemente provenienti da fornitori, clienti o piattaforme digitali utilizzate quotidianamente, con l’obiettivo di testare il livello di attenzione e reazione del personale. I risultati vengono analizzati periodicamente per individuare eventuali aree di vulnerabilità e consentire interventi mirati. Questo permette ai responsabili IT di adottare strategie correttive più efficaci e tempestive.

Elemento distintivo del progetto è la gestione continua del programma: Logos Technologies opera infatti come un partner esterno in grado di affiancare il team interno, offrendo una visione aggiornata sulle minacce cyber e sulle tecniche di social engineering utilizzate dagli attaccanti. Il percorso formativo coinvolge centinaia di dipendenti e si sviluppa attraverso migliaia di ore distribuite durante l’anno, con contenuti disponibili in più lingue per adattarsi alla dimensione internazionale del gruppo. Per Sirmax, già certificata ISO 27001, l’iniziativa rappresenta un ulteriore passo avanti nella costruzione di una cultura aziendale orientata alla sicurezza. L’obiettivo è trasformare i dipendenti da potenziali punti deboli a protagonisti attivi nella prevenzione degli attacchi informatici.

In un contesto in cui le minacce digitali sono in costante evoluzione, la formazione continua e personalizzata si conferma così una leva fondamentale per la protezione del business.

(In foto al centro LIVIO PIANURA, CEO di “Logos Technologies”)

Nel 2026 il tema della qualità del lavoro è diventato centrale nel mercato occupazionale italiano. Sempre più professionisti, infatti, non cercano solo uno stipendio competitivo, ma anche benessere, equilibrio vita-lavoro e opportunità di crescita. In questo contesto si inserisce la classifica delle 75 migliori aziende in cui lavorare in Italia, stilata da Great Place to Work, basata sulle opinioni dirette dei dipendenti.

La graduatoria rappresenta uno spaccato significativo del tessuto produttivo nazionale, evidenziando le imprese che investono maggiormente nelle persone. Tra i fattori decisivi emergono la fiducia nel management, l’inclusione, la valorizzazione dei talenti e politiche di welfare avanzate.

Accanto a questa classifica, anche altri studi – come quello di Statista sugli “Italy’s Best Employers 2026” – confermano il trend: al vertice si trovano aziende come Lavazza, Sorgenia e Granarolo, apprezzate per il clima aziendale e le prospettive di carriera.  Le imprese premiate appartengono a diversi settori: farmaceutico, tecnologico, finanziario e manifatturiero. Tra i nomi più ricorrenti compaiono multinazionali e grandi gruppi come Johnson & Johnson, Eli Lilly, Fastweb e AbbVie, già presenti nelle precedenti edizioni delle classifiche Best Workplaces.

Un ruolo importante è giocato anche dalle certificazioni “Top Employers”, che nel 2026 hanno riconosciuto oltre 140 aziende in Italia per l’eccellenza nelle politiche HR. Tra queste figurano realtà come Intesa Sanpaolo, Generali, Amazon Italia e Capgemini.  Ciò che accomuna queste aziende è la capacità di adattarsi ai cambiamenti del mondo del lavoro: smart working, formazione continua e attenzione alla salute mentale sono ormai elementi imprescindibili. Inoltre, cresce l’impegno verso diversità e sostenibilità, fattori sempre più determinanti nella scelta di un datore di lavoro.

La classifica delle 75 migliori aziende non è quindi solo un elenco, ma un indicatore di trasformazione culturale. Le organizzazioni che investono nelle persone ottengono maggiore produttività, attraggono talenti e costruiscono una reputazione solida nel lungo periodo. Il 2026 conferma che lavorare bene è possibile anche in Italia. Le aziende più virtuose dimostrano che il successo economico può andare di pari passo con il benessere dei dipendenti, segnando la strada per il futuro del lavoro nel Paese.

Questa è la classifica stilata da “Great Place to Work Italia”

 

1268 cooperative, di cui il 30% (482) sociali, 9 unioni provinciali, 2 coordinamenti regionali, 31 unioni zonali e 12 centri servizi C.A.T. (centri di assistenza tecnica alle cooperative) strumenti imprescindibili per far conoscere le risorse, non solo finanziarie, ma anche tutti i servizi messi a disposizione e utili a supportare la creazione di un percorso imprenditoriale in forma cooperativa. Sono questi i numeri che danno il senso del ruolo di UNICOOP Sicilia sul territorio regionale in cui, in sei anni, è passata da un grado di rappresentatività pari al 5,6% all’attuale 16%. Una crescita costante dovuta alla presenza capillare sul territorio, grazie anche all’istituzione delle Unioni Zonali.

Questi i dati e le iniziative che verranno presentate domani mattina, venerdì 11 aprile, con inizio alle ore 10, all’hotel Nettuno di Catania, nel corso della Prima conferenza regionale sulla cooperazione sociale dal tema, “Innovazione sociale: la cooperazione in Sicilia protagonista del cambiamento, organizzata da Unicoop Sicilia.

Dunque, esperti, addetti ai lavori e presidenti di importanti cooperative sociali si incontreranno per scambiarsi report sulle loro esperienze, con l’intento di migliorare i servizi da erogare. Sarà l’intero terzo settore ad essere radiografato e messo a confronto con analoghe esperienze fatte in altre regioni e nazioni europee, ponendo sempre al centro l’importanza del sistema cooperativo all’interno dell’economia nazionale e regionale.

E proprio in quest’ottica verrà lanciata la proposta di Unicoop Sicilia dell’istituzione dell’Albo regionale delle cooperative sociali, nell’ambito di una legge di riordino del sistema cooperativo. Una proposta legislativa che all’articolo 1 afferma che la “Regione siciliana riconosce il valore e la finalità pubblica della cooperazione sociale nel perseguimento della promozione umana e dell’integrazione sociale dei cittadini nell’interesse generale della comunità”.

Il welfare e terzo settore rappresentano, infatti, un aspetto ineludibile dello sviluppo, ma soprattutto del progresso della società ed il contributo che si vuole dare a tale scopo, si ritiene possa essere determinante per riorganizzare un sistema regionale, rivolto a valorizzare ruoli e istituzioni ed attuare politiche sociali al passo con i tempi, verso un’integrazione socio sanitaria, nella promozione e qualificazione di forme innovative di assistenza e protezione sociale, che allineino la Sicilia agli standard delle altre regioni di Italia. Uno strumento legislativo moderno, che possa dare seguito a quello che negli anni ‘80 venne attuato come modello di organizzazione dei servizi di assistenza cooperativa, che ispirò molte altre regioni.

A seguito di questa iniziativa sarà elaborato un piano di promozione e sostegno di interventi legislativi a vantaggio delle cooperative aderenti, per le quali la Regione siciliana concederebbe annualmente alle imprese cooperative sociali e ai loro consorzi, regolarmente iscritti nell’Albo regionale e che realizzino almeno l’ottanta per cento del valore della loro produzione nel territorio regionale, contributi per iniziative finalizzate a: progetti concernenti l’acquisto, la costruzione, la ristrutturazione e l’ampliamento di immobili da adibire esclusivamente all’esercizio dell’attività svolta e coerente con gli scopi statutari. Le cooperative sociali e i loro consorzi, regolarmente iscritti nell’Albo regionale delle Cooperative Sociali e dei Consorzi, potranno così richiedere finanziamenti fino al 100% della spesa ammissibile, mediante linee di credito attivate tramite Enti regionali (IRFIS, IRCA) e istituti bancari.

L’Albo, che si andrebbe a costituire, verrebbe diviso in cooperative per servizi sociali, sanitari e educativi; cooperative per inserimento lavorativo; consorzi di cooperative sociali. Uno strumento di trasparenza e qualità nei servizi delle cooperative sociali, che nei fatti favorirebbe inclusione e sviluppo nel territorio. Un modo per rendere merito alle cooperative virtuose, costituendo un efficace sistema di controllo contro l’affermazione delle false cooperative, oltre a fornire un valido contributo al servizio di vigilanza degli enti cooperativi.

Ed è proprio nelle finalità previste dall’Albo e citate nell’articolato della proposta di legge, che ci si rende conto dell’importanza dello strumento: “determina le modalità di raccordo ed integrazione con l’attività e la programmazione dei servizi sociali, sanitari, educativi, di formazione professionale, di turismo a fini sociali, di sviluppo dell’occupazione e di inserimento lavorativo di persone svantaggiate di cui all’art. 4 della Legge 381/91; fissa i criteri per gli affidamenti dei servizi cui debbono uniformarsi contratti e convenzioni tra cooperative sociali, consorzi, enti ed aziende pubbliche; definisce le misure di promozione, sostegno e sviluppo della cooperazione sociale; istituisce e determina le funzioni della Commissione regionale della cooperazione sociale”.

“L’intentoafferma Agatino Cundari coordinatore regionale del settore cooperazione sociale di Unicoop è quello di mettere in risalto l’importanza della cooperazione sociale a tutela delle fasce più deboli e delle categorie di soggetti a rischio in tutta la Sicilia: punto questo fondamentale ed irrinunciabile a tutela del welfare di prossimità sul territorio. Con la creazione dell’Albo regionale delle cooperative riusciremo a creare un contenitore di legalità che avrà la duplice veste: da una parte garantire la trasparenza dell’operato delle stesse cooperative e dall’altro creare un volano di economia e di sviluppo del territorio. Quindi il riordino della cooperazione sociale in Sicilia, non può che passare attraverso l’approvazione di norme chiare, che diventano indispensabili e fondamentali per il funzionamento dell’intero settore”. E anche il presidente di Unicoop Sicilia, Felice Coppolino, parla dell’Albo regionale come “uno strumento di trasparenza, legalità e sviluppo, in un contesto così complesso e articolato qual è quello del settore della cooperazione”.

I lavori della conferenza, moderati da Anna Maria Di Vanni, direttore di Unicoop Sicilia, saranno aperti da Lucia Dello Russo, presidente nazionale di Unicoop. Seguiranno diversi interventi, tra cui quello di Nuccia Albano, assessore regionale alla Famiglia delle politiche sociali e del lavoro, Giuseppe Montemagno, portavoce Forum Terzo settore Sicilia, Giuseppe Di Forti, presidente di SICILBANCA, Carmelo Catalano, segretario provinciale UGL Catania, Andrea Monteleone, vicesegretario nazionale SINALP. Tra i relatori: Francesco D’Ulizia, presidente dipartimento sociale Unicoop che parlerà di “Cooperazione sociale oggi”, Eleonora Contarino, presidente Unicoop Catania, che discuterà su “Fisco e cooperazione sociale: impatto della riforma sulle cooperative”, Agatino Cundari, coordinatore settore cooperazione sociale Unicoop Sicilia, che affronterà il tema “Iniziative legislative a vantaggio della cooperazione sociale”.

Prenderanno anche la parola Fabio Petrone, presidente cooperativa Labor: “Il servizio civile universale”, Joseph Zambito, presidente nazionale ANFOP: “La legge 4/2013 e le professioni non regolamentate”, Antonio Coluccia, direttore generale istituto Spirito Santo di Messina: “Istruzione e Formazione nella cooperativa sociale, Anna Maria Milotta, presidente Unicoop Trapani: “Fare rete in Sicilia”, Antonio Modica Agnello, vicepresidente Unicoop Catania: “L’offerta dei servizi e gli strumenti digitali di UNICOOP a favore delle cooperative”. Porteranno le loro esperienze svolte nelle cooperative, Maria Rita Paglietta Ales, presidente cooperativa sociale “Senza frontiere”, Michele Pedone, presidente cooperativa “MIGMA” e Sebastiano Cutuli, vicepresidente cooperativa sociale “ORSA MAGGIORE”. La conferenza sarà conclusa da Felice Coppolino, presidente regionale di UNICOOP Sicilia.

Inoltre, verrà istituito, in sinergia con l’Associazione Zero Molestie del SINALP (Sindacato Nazionale Autonomo dei Lavoratori e dei Pensionati), il premio in memoria di Sara Campanella, la ventiduenne di Misilmeri vittima di femminicidio, che verrà consegnato annualmente alla cooperativa sociale che si distinguerà nei progetti a tutela e difesa delle donne vittime di violenza.