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È scontro aperto ai vertici del Movimento 5 Stelle. Beppe Grillo ha deciso di passare alle vie legali per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo del Movimento, aprendo di fatto una nuova fase di tensione con la leadership guidata da Giuseppe Conte.

Secondo quanto riferito da fonti vicine al co-fondatore, l’atto di citazione è stato notificato al Tribunale di Roma, con una prima udienza fissata per il mese di luglio. Al centro della contesa c’è la proprietà del marchio “Movimento 5 stelle”, elemento identitario e politico di primaria importanza per la forza nata nel 2009.

A sostenere pubblicamente la posizione di Grillo è anche Marco Bella, che in un lungo intervento sui social ha attaccato duramente l’attuale dirigenza. Secondo Bella, in “un mondo normale” non sarebbe necessario ricorrere a un’azione legale per ottenere la restituzione di qualcosa che appartiene al fondatore.

L’ex deputato ha ricordato il ruolo centrale di Grillo nella costruzione del Movimento, sottolineando sacrifici personali, investimenti economici e l’esposizione a numerose azioni giudiziarie. Da qui l’accusa implicita a Conte di ingratitudine, nonostante il percorso politico che lo ha portato fino alla guida del governo.

Nel suo intervento, Bella ha inoltre criticato alcune scelte politiche recenti, come l’apertura a possibili alleanze che includano figure come Matteo Renzi, ricordando la crisi che portò alla caduta del governo Conte II. Non mancano riferimenti polemici anche ad altri protagonisti della scena politica, come Matteo Salvini e Umberto Bossi, evocati per sottolineare la gravità dello scontro interno. Tra i punti più contestati, anche la gestione degli iscritti e il rispetto delle regole fondative, come il limite dei due mandati. Bella denuncia un allontanamento dai principi originari e parla di una trasformazione del Movimento in una struttura più orientata al potere che alla coerenza.

La battaglia legale, si preannuncia complessa e potenzialmente lunga. In gioco non c’è solo un simbolo, ma l’identità stessa di una delle forze politiche più rilevanti degli ultimi anni.

Grillo, conclude Bella, sarebbe pronto a esporsi in prima persona ancora una volta, anche sul piano economico, pur di difendere quella che considera una battaglia di dignità. Dall’altra parte, però, la dirigenza attuale non sembra intenzionata a fare passi indietro. Il confronto è ormai aperto e il verdetto finale potrebbe ridefinire gli equilibri interni e il futuro del movimento fondato dal comico di Genova, assieme al suo ideologo, Gianroberto Casaleggio.

“Il conflitto in Medio Oriente rischia di lasciare cicatrici profonde sull’economia globale, anche nel caso di una rapida conclusione”. È il monito lanciato dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, intervenuto all’assemblea dei partecipanti dedicata ai conti 2025.

Secondo Panetta, gli effetti della guerra contro l’Iran non saranno temporanei: il ritorno alla normalità nel mercato energetico richiederà “tempi non brevi”. Un elemento che ha già prodotto un “brusco cambiamento” nelle prospettive economiche, costringendo la Banca centrale europea a rivedere le stime su inflazione e crescita. Anche Bankitalia si prepara ad aggiornare le proprie previsioni nei prossimi giorni, con attese orientate a un rallentamento del Pil.

L’allarme si inserisce in un quadro già segnalato dalla presidente della Bce, Christine Lagarde, che ha recentemente invitato alla prudenza, sottolineando come i mercati appaiano “troppo ottimisti” rispetto alle conseguenze del conflitto. Uno scenario che richiama, per intensità, lo shock del 2022 seguito all’invasione russa dell’Ucraina.

Sul fronte della politica monetaria, tuttavia, l’Europa si presenta oggi più solida. Panetta ha evidenziato alcuni fattori positivi: un mercato del lavoro più robusto, un sistema bancario redditizio e ben patrimonializzato. Resta però centrale l’incognita sugli effetti indiretti della crisi, in particolare sulla dinamica dei salari. Il governatore ha ribadito il rischio di un “circolo vizioso tra prezzi e retribuzioni”, storicamente temuto dalle banche centrali, anche se finora non emerso in Italia dopo la crisi del 2022. In questo contesto, la linea resta prudente: le decisioni sui tassi continueranno a essere prese “riunione per riunione”, sulla base dei dati disponibili.

Intanto, dal fronte interno arriva un segnale positivo. Dopo due anni di perdite, il bilancio della Banca d’Italia torna in utile grazie all’allentamento della politica monetaria, che ha ridotto il costo delle passività. Il risultato lordo passa così da una perdita di 7,3 miliardi nel 2024 a un utile di 3 miliardi.

Di questi, 900 milioni saranno destinati al rafforzamento del fondo rischi e 400 milioni al pagamento delle imposte. L’utile netto, pari a 1,65 miliardi, garantirà allo Stato la quota principale: 1,272 miliardi. Negli ultimi dieci anni, l’istituto centrale ha versato complessivamente all’Erario 41,3 miliardi di euro. Benefici anche per i partecipanti al capitale, tra casse previdenziali, banche e assicurazioni, che riceveranno dividendi per 340 milioni riferiti al 2025, portando il totale distribuito nell’ultimo decennio a 2,9 miliardi. Un risultato che conferma il ritorno alla solidità dell’istituto, ma che si accompagna a uno scenario macroeconomico ancora pieno di incognite.

(foto Fabio Panetta fonte Ansa)

Emerge un quadro fosco, in relazione allo stato di attuazione del PNRR, che il “Servizio Lavoro Coesione e Territorio della UIL” ha messo in evidenza, in seguito ad uno studio specifico. A denunciare lo stato delle cose e a sei mesi dalla conclusione del Piano, rimane, infatti, ancora da spendere il 46% delle risorse. I dati aggiornati al 26 febbraio 2026, parlano di una spesa del PNRR che si attesta a 104,6 miliardi di euro (il 53,8% del totale), su un totale di risorse provenienti dall’Europa pari a 194,4 miliardi di euro.

“I dati rilevano, purtroppo – afferma Ivana Veronese, segretaria Confederale UIL – un andamento ad effetto ‘moviola’, sia della messa a terra dei progetti sia della spesa effettiva. Siamo molto preoccupati dalla performance del piano e anche l’ultimo Decreto (il settimo riferito all’accelerazione della spesa), non risolve i temi di fondo per l’attuazione del PNRR. Anzi abbiamo la netta sensazione che queste misure rischiano di aumentare la burocrazia operativa per enti e imprese, anziché semplificarla concretamente. Non vorremmo – ha aggiunto Veronese – che queste norme fossero arrivate in ritardo, dal momento che siamo ai titoli di coda del PNRR”.

“Analizzando i dati dei progetti finanziati – ha continuato Ivana Veronese – la Missione 1 (Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo), ha effettuato una spesa effettiva del 67,2%; la Missione 2 (Rivoluzione verde e transizione ecologica), il 44,5%; la Missione 3 (Infrastrutture per una mobilità sostenibile) il 65%; la Missione 4 (Istruzione e ricerca), il 56,9%; la Missione 5 (Inclusione e coesione), il 42,9%; la Missione 6 (Salute), il 51,3%; la Missione 7 (RepowerEU), solo il 25,6%”.

“Guardando, dunque, i dati della spesa delle Amministrazioni Centrali – ha concluso la segretaria della Uil – il Consiglio di Stato e il Tar presentano un livello di spesa pari 75%; il Ministero della Giustizia il 72,9%; il Ministero dell’Economia e delle Finanze il 72,8%; il Ministero Imprese e del Made in Italy il 70,9%; il Ministero dell’Università e della Ricerca il 65,9%. Più indietro, il Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare fermo al 17,4%; il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali al 28,1%; il Ministero della Cultura al 29%; la Presidenza del Consiglio al 39,7%; il Ministero del Turismo al 39,8%”.