A dieci giorni dalla data che vedrà gli italiani recarsi alle urne per votare il referendum, che prevede la revisione di alcune norme della Costituzione riguardanti l’ordinamento della magistratura, il dibattito sul Sì e sul No è soltanto una cartina di tornasole. Un’arma di distrazione di massa che ha, invece, un altro obiettivo. Giorgia Meloni ha, di fatto, personalizzato e radicalizzato il tema, con un bombardamento di proporzioni gigantesche sui social e sulle tv, nella convinzione di ratificarne l’esito a lei favorevole. E questo ha posto in essere tutte le condizioni affinché questo voto, abbia una valenza esclusivamente politica su di lei e sul suo governo e non sulla riforma della giustizia.
Un’operazione che ha una genesi più profonda e che la grande parte, invece, degli analisti politici ha scientificamente o forse ingenuamente occultato. La premier, infatti, cavalcando l’onda dei forti consensi che ancora ha, sia in termini personale che di partito (gli ultimi sondaggi danno Fdl come il primo partito), spera in una vittoria netta che le consenta quell’agibilità e contrattualità politica per raggiungere l’obiettivo finale. Non quello che tutti credono nella conferma del secondo mandato da premier. Lei vuole entrare nella storia tentando la scalata al vertice del Quirinale, avendo ormai messo in soffitta il sogno del premierato. Legge il cui iter è defunto. Non dimentichiamo che il mandato di Mattarella finirà nel 2029 e, escludendo che possa essere rieletto per la terza volta, sarebbe visto come un monarca, la Meloni potrebbe essere ad passo, parlando in gergo da tavolo verde, nel fare all-in. Metterebbe tutte le sue “fiches” sul tavolo, diventando così la prima donna, Presidente della Repubblica italiana.
Ma sappiamo bene che le variabili impazzite sono sempre in agguato. E al di là degli scenari bui che incombono in medio oriente, con una guerra di aggressione di Usa e Israele, figlia soltanto di speculazioni finanziarie e di accordi trasversali, la premier italiana si trova ad affrontare le refluenze economiche che il conflitto sta causando anche in Italia. Vedi aumenti di benzina e di gas. Per non parlare del caro vita, vedi carrello della spesa e dell’inflazione alle stelle. In questo quadro, il risultato del referendum del 23 marzo sarà uno spartiacque. E quel voto politico diverrà, nei fatti, un voto a favore o contro la Meloni che si ritroverà, ad un anno dalle elezioni politiche, a gestire un’eventuale Waterloo o a fare un salto pindarico dalla Garbatella, al più alto dei sette Colli romani.